
C’è un confine che il presidente della Regione non dovrebbe mai superare, quello che separa il rispetto delle istituzioni dalla scellerata legittimazione politica di chi, su quelle stesse istituzioni, porta addosso il peso di responsabilità accertate e di procedimenti penali ancora aperti. Renato Schifani lo ha oltrepassato senza esitazioni, nel modo peggiore possibile.
All’inaugurazione della nuova redazione de La Sicilia, Schifani ha scelto di spendere parole di apprezzamento con endorsement vergognoso nei confronti dell’ex sindaco di Catania, Enzo Bianco. Un gesto non solo improvvido, ma politicamente e istituzionalmente grave.
Enzo Bianco non è un ex sindaco qualunque. È l’ex primo cittadino che la Corte dei conti ha ritenuto responsabile del dissesto finanziario del Comune di Catania, certificando una gestione che ha prodotto uno dei più gravi fallimenti amministrativi nella storia recente dell’Ente. Ed è lo stesso Enzo Bianco che risulta tuttora indagato dal Tribunale con l’accusa di aver alterato i bilanci per evitare la dichiarazione di dissesto, ritardandone artificiosamente l’emersione.
Davanti a questo quadro, l’endorsement di Schifani non è una semplice leggerezza. È un messaggio politico preciso, si può fallire nella gestione della cosa pubblica, si può essere censurati dalla magistratura contabile, si può finire sotto indagine penale, e tuttavia restare pienamente “presentabili” agli occhi delle più alte cariche istituzionali. Da TSO.
È un segnale devastante per i cittadini, per i funzionari onesti, per gli amministratori locali, per il sindaco Trantino, che ogni giorno fanno i conti con bilanci disastrati proprio a causa di quelle stagioni politiche sinistre. Ed è un insulto a una città che ha pagato il dissesto con servizi tagliati, tasse aumentate, opportunità perdute.
Schifani non parla da dirigente di partito, né da opinionista. Parla da Presidente della Regione Siciliana, cioè da presunto garante di legalità, equilibrio finanziario, rispetto delle istituzioni. In quel ruolo, ogni parola pesa. E questa pesa come un macigno.
Non è in discussione il garantismo, che resta un principio irrinunciabile. Ma il garantismo non è amnesia selettiva, né cancellazione delle responsabilità accertate. Qui non si tratta di opinioni, una sentenza della Corte dei conti esiste, e un’indagine penale è in corso. Far finta di nulla, o peggio trasformare tutto in un tributo politico, significa legittimare una cultura dell’irresponsabilità che la Sicilia non può più permettersi.
Schifani avrebbe potuto limitarsi al contesto istituzionale dell’evento, rispettoso e sobrio. Ha invece scelto di riabilitare politicamente un simbolo del disastro amministrativo catanese. Una scelta che dice molto più di mille dichiarazioni programmatiche.
E dice, soprattutto, che in questa Regione il fallimento non è mai davvero una colpa. Basta l’endorsement giusto, al momento sbagliato. Mandatelo a casa.
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