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10 FEBBRAIO: Foibe, Memoria e Responsabilità, la Sicilia che Scelse l’Accoglienza e Trasformò il Dolore in Casa

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Ci sono studi che non sono semplici pubblicazioni accademiche. Sono atti di responsabilità. Perché quando si tocca la memoria, si tocca un nervo scoperto del Paese. E se quello studio affronta pagine controverse, rimosse o raccontate a metà, allora il tema non è solo storico: è civile.

Il riferimento alla tragedia delle foibe non può essere liquidato come una questione ideologica. Parliamo di migliaia di italiani infoibati o costretti all’esodo dalle loro terre in Istria, Fiume e Dalmazia nel secondo dopoguerra. Parliamo di famiglie spezzate, di identità cancellate, di una ferita che per decenni è rimasta ai margini del racconto nazionale. Non per mancanza di dolore, ma per convenienza politica.

Uno studio serio su questi fatti ha il dovere di fare due cose insieme, ricostruire con rigore e sottrarre la memoria alla propaganda. Perché il rischio, oggi più che mai, è duplice. Da una certa parte politica c’è chi minimizza, relativizza, contestualizza fino quasi a dissolvere la responsabilità delle violenze. La verità storica non ha bisogno di tifoserie. Ha bisogno di documenti, testimonianze, numeri, contesto. Ma soprattutto ha bisogno di onestà intellettuale.

Le foibe furono una tragedia. Punto. Inserite in un quadro complesso fatto di guerra, occupazioni, vendette, nazionalismi contrapposti. Ma tragedia restano. E negare o ridurre quella sofferenza significa tradire non solo le vittime, ma la maturità democratica del Paese.

Una società matura non teme la verità, anche quando è scomoda. E una società adulta non seleziona le vittime in base alla convenienza del momento. La memoria non è una bandiera da sventolare. È un dovere da custodire.

È stata una tragedia. Senza se e senza ma. Inserita in un contesto complesso di guerra e vendette, certo. Ma tragedia resta. Per anni il silenzio ha pesato quanto le strumentalizzazioni successive. La memoria, invece, merita rigore e rispetto, non propaganda.

C’è però un aspetto che spesso viene dimenticato, l’Italia non fu solo il luogo del dolore, ma anche quello dell’accoglienza. E la Sicilia, in particolare, seppe fare la sua parte. Migliaia di esuli trovarono nell’Isola una nuova casa. Furono accolti, integrati, messi nelle condizioni di ricominciare. Non fu semplice, non fu immediato, ma fu un esempio concreto di solidarietà nazionale.

Questo è un dato che va ricordato con forza. Perché la storia delle foibe e degli esuli è una storia di ferite, ma anche di rinascita. E la Sicilia dimostrò che, davanti a chi perde tutto, una comunità può scegliere di tendere la mano invece di voltarsi dall’altra parte.

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