C’è un dato che dovrebbe inquietare chiunque creda nello Stato di diritto, l’enorme divario tra arresti annunciati con enfasi e processi che, negli anni, si concludono con assoluzioni o ridimensionamenti delle accuse.
Eppure, ogni volta che si solleva questo tema, si grida allo scandalo, come se chiedere equilibrio tra repressione e garanzie fosse un attentato alla lotta alla criminalità.
Nel video in questione, le affermazioni attribuite a Nicola Gratteri vengono accompagnate da una narrazione ormai collaudata: il magistrato inflessibile, l’opinione pubblica che applaude, e la promessa implicita che anche chi è stato “ingiustamente indagato” continuerà a sostenere quell’azione giudiziaria.
Una rappresentazione suggestiva, ma che ignora un problema strutturale, la sproporzione tra arresti e condanne definitive.
- Il nodo delle assoluzioni: quando l’arresto diventa una sentenza anticipata
Le statistiche giudiziarie, lette con onestà, mostrano un fenomeno che non può essere liquidato come “normale fisiologia del processo”, una quota significativa di persone arrestate in maxi-operazioni viene poi assolta, prosciolta o vede cadere le imputazioni più gravi. Ogni assoluzione non è solo un dato processuale, è una vita sospesa, un lavoro perduto, una reputazione distrutta. E questo accade perché in Italia l’arresto, specie nelle grandi operazioni mediatiche, diventa spesso una condanna sociale anticipata.
Il punto non è negare l’esistenza della criminalità organizzata o l’importanza del lavoro investigativo. Il punto è chiedere, quante carriere, quante famiglie e quante esistenze vengono travolte da accuse che poi non reggono al vaglio dibattimentale? Se anche una percentuale rilevante degli arrestati risulta poi innocente, non siamo davanti a un dettaglio tecnico. Siamo davanti a un problema di sistema.
- Procure e giudici: un rapporto che incide sull’equilibrio del processo
Altro nodo cruciale, spesso rimosso dal dibattito pubblico, è il rapporto strutturale tra procure e giudici. Formalmente separati nella funzione, appartengono allo stesso ordine giudiziario, condividono percorsi professionali, valutazioni di carriera e ambienti di formazione. Questo dato organizzativo produce però un effetto che non può essere ignorato, una fisiologica prossimità culturale che rischia di incidere sull’imparzialità percepita del giudizio. Non si tratta di insinuare complotti o regie occulte. Si tratta di riconoscere un’evidenza quando accusa e giudice provengono dallo stesso sistema professionale, il rischio di un eccessivo allineamento interpretativo esiste.
E quando questo avviene nelle fasi cautelari, arresti, misure restrittive, sequestri, le conseguenze diventano irreversibili per l’indagato, anche se poi verrà assolto.
- Il consenso mediatico non può sostituire il garantismo
Il vero problema è che una parte dell’opinione pubblica ha interiorizzato un’equazione pericolosa, più arresti uguale più giustizia. Ma la giustizia non si misura con il numero delle manette esibite, bensì con la qualità delle sentenze definitive. Un magistrato può essere rigoroso, determinato, persino popolare. Ma non può essere sottratto al giudizio critico sul bilancio complessivo delle sue azioni: quanti arresti si traducono in condanne definitive? Quante accuse crollano? Quanti innocenti pagano un prezzo irreparabile prima ancora del processo? Sono domande legittime, non attacchi personali.
- Giustizia e responsabilità: il punto che manca sempre
In Italia esiste una responsabilità penale per chi sbaglia, una responsabilità civile per il medico, per l’ingegnere, per il giornalista. Ma quando un cittadino viene arrestato e poi assolto dopo anni, chi paga davvero? Chi restituisce il tempo perduto, la dignità compromessa, la vita rovesciata? Il punto non è delegittimare la magistratura, ma pretendere equilibrio, la forza dello Stato si misura anche dalla capacità di riconoscere i propri errori. Altrimenti, il rischio è trasformare la giustizia in un’arena mediatica dove l’arresto diventa spettacolo e l’assoluzione arriva troppo tardi, nel silenzio generale. Ed è qui che il consenso popolare evocato nel video mostra tutta la sua ambiguità, il vero garantismo non si misura negli applausi del momento, ma nella tutela dei diritti quando le luci dei riflettori si spengono.
- Il Sì al referendum sulla giustizia: riformare per rendere davvero imparziale il processo
Se il problema è strutturale, anche la risposta deve esserlo. Ed è qui che entra in gioco il senso profondo del referendum sulla giustizia, non una resa dei conti ideologica, ma un tentativo di riequilibrare un sistema che, negli anni, ha mostrato troppe distorsioni tra fase investigativa, misure cautelari e giudizio finale. Dire “Sì” significa, prima di tutto, pretendere una giustizia più equa e meno sbilanciata sul potere dell’accusa, soprattutto in un contesto in cui l’impatto mediatico delle inchieste spesso anticipa il processo e ne condiziona l’esito percepito.
- Separazione delle carriere: la chiave per l’imparzialità
Il cuore della riforma riguarda la separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pm) e giudicanti (giudici).
Non è un capriccio politico, ma una proposta sostenuta da giuristi, ex magistrati e costituzionalisti che hanno vissuto dall’interno il sistema. Lo ha detto con chiarezza Luca Palamara, denunciando come l’appartenenza allo stesso ordine giudiziario finisca per creare una contiguità culturale tra accusa e giudice che indebolisce la percezione di terzietà del processo. Sulla stessa linea si è espresso Antonio Di Pietro, che pur provenendo da una stagione di forte protagonismo delle procure ha riconosciuto la necessità di distinguere nettamente i ruoli per rafforzare le garanzie del cittadino. Non si tratta di indebolire la magistratura, ma di rafforzarne la credibilità, l’imparzialità, un giudice che non condivide carriera, valutazioni e prospettive professionali con il pm è, semplicemente, più libero, introducendo il sorteggio per eliminare la forza politica arrogante delle correnti che assediano il CSM.
- Le voci dei costituzionalisti: equilibrio tra poteri
Anche autorevoli giuristi hanno sottolineato l’urgenza di riequilibrare il sistema.
Antonio Baldassarre ha più volte evidenziato come il principio del giusto processo imponga una netta distinzione tra chi accusa e chi giudica, per evitare anche solo il sospetto di una giurisdizione non pienamente terza.
Analogamente, Sabino Cassese ha richiamato l’esigenza di riforme strutturali che rafforzino la responsabilità e l’equilibrio tra poteri dello Stato, ricordando che la fiducia dei cittadini nella giustizia passa soprattutto dalla percezione di imparzialità.
E la percezione, in diritto, conta quasi quanto la sostanza: un processo ritenuto “sbilanciato” mina la legittimazione stessa della decisione finale.
- Il garantismo delle Camere Penali: non impunità, ma civiltà giuridica
Da anni l’Unione delle Camere Penali sostiene che una giustizia giusta non è quella che arresta di più, ma quella che sbaglia di meno.
La loro posizione è chiara: separazione delle carriere, limiti più stringenti alle misure cautelari e maggiore responsabilità per gli errori giudiziari sono pilastri di uno Stato liberale, non concessioni ai colpevoli.
Il garantismo, in questa prospettiva, non è un favore agli imputati ma una tutela per tutti i cittadini: oggi sotto inchiesta può esserci chiunque, non solo il “nemico pubblico” del momento.
- Perché votare Sì: giustizia forte, non giustizia spettacolo
Dire Sì al referendum significa affermare che l’arresto non può diventare una sentenza anticipata; che il giudice deve essere realmente terzo rispetto all’accusa; che le procure devono essere autorevoli, ma non dominanti; che gli errori giudiziari devono diminuire, non essere archiviati come “fisiologici”.
Una giustizia equilibrata non indebolisce la lotta alla criminalità, la rende più solida, perché fondata su prove che reggono fino alla sentenza definitiva, non su teoremi che si sgretolano in appello o in Cassazione. Il vero rischio, altrimenti, è continuare a confondere consenso mediatico e qualità della giurisdizione. E una democrazia matura non può permetterselo, la forza dello Stato non sta nella spettacolarizzazione degli arresti, ma nella certezza di processi equi, imparziali e fondati su regole che valgono per tutti.