
Francesco Finocchiaro x Corriere Etneo
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“Il 22 e 23 marzo di quest’anno saremo chiamati a esprimere la nostra volontà popolare sulla necessità di modificare o meno alcuni articoli della Costituzione italiana in relazione alla composizione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). In particolare, gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 vengono modificati; tra questi, gli articoli 104 e 105 sono sostituiti integralmente.
Il focus della riforma è la separazione, nei ruoli della magistratura, tra le figure dei giudici e quelle dei pubblici ministeri: in pratica, la carriera del magistrato giudicante viene distinta da quella del magistrato requirente. Secondo la riforma, chi indaga non può successivamente giudicare e viceversa.
Un’altra modifica proposta riguarda le regole per individuare i componenti laici e i magistrati all’interno del CSM. Questo, in sintesi, il contenuto tecnico della riforma.
È utile fare alcune precisazioni preliminari. Le norme che il Parlamento propone di cambiare sono modificabili secondo quanto previsto dalla Costituzione italiana, a condizione che vi sia una maggioranza qualificata oppure che la volontà popolare confermi la proposta tramite referendum. I Padri Costituenti compresero la necessità di rendere alcuni articoli particolarmente garantiti, ma al tempo stesso modificarne altri per consentire alla Carta di adattarsi alle trasformazioni della società nel tempo.
I poteri legislativo, esecutivo e giudiziario rimangono separati e, forse, su questo punto dovremmo essere più chiari. Separazione significa anche che ciascun potere non deve influenzare l’altro, né attraverso dichiarazioni pubbliche, né tramite pressioni dirette o indirette. Se chi propone la legge non deve condizionare chi la applica, allo stesso modo chi la applica non deve condizionare chi la propone: è un principio di reciprocità.
Attualmente, i componenti laici del CSM vengono eletti dal Parlamento, mentre i magistrati membri del Consiglio sono eletti dai magistrati stessi. Con la riforma, sia i laici sia i togati verrebbero estratti a sorte da un elenco di candidati in possesso di requisiti specifici: per i laici, l’elenco sarebbe predisposto dal Parlamento; per i magistrati, l’elenco riguarderebbe appartenenti alla rispettiva carriera. La differenza sostanziale sta nel metodo di selezione finale: non più elezione, ma sorteggio, con l’obiettivo dichiarato di ridurre dinamiche correntizie o accordi interni.
Se la riforma introduce la separazione tra giudicanti e requirenti, è evidente che ciò comporta la creazione di due organi distinti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Fin qui i dati tecnici, semplificati, della riforma rispetto alla disciplina vigente.
E a questo punto viene il nodo centrale. Dovremmo scegliere tra due modelli istituzionali legittimi e rispettabili; invece, il dibattito mediatico si è spesso trasformato in altro. Più che informare l’elettore sul piano normativo, si assiste a un eccesso di comunicazione invasiva e talvolta fuorviante.
Sembra quasi che non siamo chiamati a esprimerci sulla riforma, ma sui promotori della riforma stessa. È questo l’aspetto più fastidioso per molti cittadini. Da una parte gli oppositori dipinti come “buoni”, dall’altra i proponenti descritti come “cattivi”: una semplificazione che non chiarisce nulla e che, anzi, rende il dibattito più aspro e sterile.
Per sostenere le rispettive posizioni si ricorre ai testimonial, all’iconografia di parte: figure popolari che prestano il proprio volto per rafforzare una narrazione. Si utilizza spesso la strategia della paura come leva persuasiva, con un lessico aggressivo e drammatico che mira più a mobilitare l’elettore-tifoso che a renderlo consapevole del contenuto normativo.
Andrebbe ricordato che non siamo chiamati a eleggere il Parlamento. Siamo chiamati a decidere tra due modalità di organizzazione dell’autogoverno della magistratura. E la giustizia, come recita la Costituzione, è uguale per tutti.
Invece si assiste alla proiezione di scenari allarmistici, al richiamo di fantasmi del passato, allo scambio di accuse su ciò che la riforma “nasconderebbe”. Si formulano ipotesi e scenari futuri come se fossero certezze. E c’è la consueta tentazione di trasformarsi tutti in costituzionalisti, senza però leggere davvero le norme o confrontarsi con la letteratura comparata europea.
Si ripetono slogan ascoltati in televisione, quelli più forti e immediati. C’è persino chi confonde il sistema attuale con quello proposto, perdendo il senso stesso della proposta referendaria. Molti, in buona fede, rischiano di orientarsi più sulle emozioni che sui testi.
Esistono strumenti indipendenti per informarsi. Forse bisognerebbe partire da lì, non dagli annunci dei testimonial televisivi. Rispettando chi sceglierà il Sì e chi sceglierà il No. Ma le scelte non dovrebbero essere frutto della paura o di etichette caricaturali. Dire: “Se voti Sì sei questo, se voti No sei quello” non aiuta la democrazia.
Occorre comparare gli articoli, verificare il “prima” e il “dopo”, e poi decidere a quale modello aderire. Questa è democrazia: senza paura del cambiamento, ma anche senza timore di mantenere l’assetto attuale.
La Costituzione italiana rimane, anche dopo un’eventuale riforma, un pilastro del nostro ordinamento. Resta il fatto che la separazione delle carriere è già prevista in Paesi come Spagna, Germania e Francia, considerati pienamente democratici. Il punto, quindi, non è stabilire chi sia progressista o conservatore, ma comprendere quale modello si ritenga più adatto al nostro sistema.
Ripartiamo dallo studio delle norme, non dalle ideologie precostituite. Dagli slogan ad effetto, non dall’iconografia emotiva. La logica dei “buoni contro cattivi” è obsoleta e rende l’elettore meno consapevole.
Nei talk show servono scontri, non spiegazioni; conflitti tra tifoserie, non chiarezza didattica. La comunicazione, verbale e non verbale, ha preso il sopravvento e le liturgie mediatiche rischiano di spostare il focus dal merito della riforma alla contrapposizione identitaria.
I cittadini di questo Paese non possono essere trattati come un gregge privo di spirito critico. Le categorie morali non coincidono con le appartenenze politiche. Continuare a studiare e approfondire, invece che alimentare divisioni, è il modo migliore per prepararci a una scelta consapevole il 22 e 23 marzo, nell’interesse dell’Italia”.