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Politica

Macchina del fango contro Giorgia Meloni: dossieraggio mediatico travestito da giornalismo

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Chi oggi prova a costruire un teorema politico-mediatico contro Giorgia Meloni partendo da una fotografia e da vicende familiari lontane nel tempo e già chiarite, non sta facendo giornalismo, sta facendo propaganda. E neanche troppo raffinata.

Il punto non è difendere una persona “a prescindere”, ma ristabilire un principio elementare, la verità non può essere piegata al bisogno di delegittimare l’avversario politico. Tirare in ballo il passato familiare, peraltro già chiarito e pubblicamente noto, significa oltrepassare una linea che dovrebbe restare invalicabile in una democrazia matura.

Quando Il Fatto Quotidiano, la Repubblica, Fanpage e la trasmissione Report convergono su una narrazione costruita su suggestioni e accostamenti, il rischio è evidente, trasformare la notizia in verità percepita. È un meccanismo vecchio quanto efficace, ma resta profondamente scorretto.

Chi fa politica, soprattutto a certi livelli, è esposto quotidianamente a centinaia di contatti, strette di mano, richieste di selfie. Pretendere che ogni immagine diventi una certificazione di rapporti personali o, peggio, di complicità, è un salto logico che sfiora il ridicolo.

Ancora più grave è il tentativo di costruire un nesso tra responsabilità individuale e legami familiari interrotti da decenni. Qui non siamo più nel campo della critica politica, ma in quello dell’insinuazione. E l’insinuazione è l’arma preferita di chi non ha prove.

C’è poi un elemento che molti fingono di ignorare, l’azione di governo. Sul terreno della lotta alla criminalità organizzata, l’esecutivo guidato da Meloni ha rivendicato una linea di continuità e rafforzamento degli strumenti repressivi, a partire dal carcere duro. Si può discutere tutto, ma non si può negare che esista una posizione chiara e coerente.

Il vero nodo, allora, è un altro, una parte dell’informazione ha smesso di distinguere tra inchiesta e militanza. Quando l’obiettivo diventa colpire, ogni mezzo sembra lecito, anche a costo di forzare i fatti o di costruire collegamenti arditi.

Questo non è un problema della destra o della sinistra. È un problema della qualità del dibattito pubblico. Perché oggi il bersaglio è Meloni, domani potrebbe essere chiunque altro.

E se passa il principio che basta una foto, un cognome o un accostamento suggestivo per costruire un caso mediatico, allora non siamo più nel campo del giornalismo, ma in quello della lotta politica, della propaganda, travestita da informazione.

Meloni, nel suo post, rivendica di non farsi intimidire. È una dichiarazione politica, certo. Ma è anche una risposta a un metodo che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dalle appartenenze.

Perché la credibilità dell’informazione si misura proprio nei momenti in cui sarebbe più facile piegarla. E oggi, in questa vicenda, quella credibilità appare quantomeno appannata.

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