
di Fabrizio Giannino –
La domanda è netta, scomoda, ma inevitabile. Ed è la stessa che attraversa, riga dopo riga, le relazioni prefettizie e ministeriali poste a fondamento del decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Paternò per infiltrazioni mafiose. Non è una domanda suggestiva.È una domanda pleonastica se vogliamo.
Perché lo scioglimento non cade dal cielo, né si fonda su sospetti generici o su “climi”. È un atto grave dello Stato, che certifica una responsabilità politica e amministrativa precisa, la permeabilità dell’ente locale agli interessi della criminalità organizzata.
Le relazioni sono chiare su un punto fondamentale, la mafia non entra nei Comuni forzando porte o violando serrature, entra quando trova varchi, quando incontra amministratori distratti, conniventi o politicamente deboli, quando il controllo viene allentato e la legalità diventa un adempimento formale.
Nel caso di Paternò, i documenti parlano di rapporti opachi e reiterati tra soggetti contigui alla criminalità organizzata e l’amministrazione comunale, di atti amministrativi viziati, adottati in spregio a elementari cautele, di tolleranza sistemica, non episodica, verso interessi riconducibili ad ambienti mafiosi, di assenza di anticorpi istituzionali, anche di fronte a segnali evidenti e già noti. Non singoli episodi. Ma un quadro complessivo, dove anche il consiglio comunale e gli uffici non risultano esenti.
Le relazioni non chiedono di individuare colpevoli penali a questo ci penseranno i giudici nei processi già incardinati. Questo spetta alla magistratura. Qui il punto è un altro: chi ha consentito che l’ente diventasse permeabile? La risposta che emerge è inequivocabile, non un funzionario isolato, non un errore tecnico, non una svista, ma una responsabilità politica diffusa, esercitata attraverso scelte amministrative non neutrali, controlli omessi, segnali ignorati, rapporti mantenuti quando andavano recisi.
La mafia entra quando la politica abbassa la guardia. O peggio, quando sceglie di non vederla. Il decreto di scioglimento, con le sue relazioni allegate, non è solo un atto amministrativo, è un atto di accusa istituzionale. Accusa una stagione politica che non ha garantito impermeabilità, non ha tutelato l’interesse pubblico, non ha saputo o voluto difendere il Comune.
Per questo la domanda iniziale non può essere elusa né diluita. L’ha fatta entrare chi aveva il dovere di impedirlo. Chi esercitava il potere politico e amministrativo. Chi ha governato senza presidiare la legalità come valore non negoziabile. Non servono nomi. Le responsabilità sono già scritte negli atti dello Stato. E finché questa verità non verrà assunta fino in fondo, il rischio non sarà solo quello di un passato da archiviare,
ma di un futuro che non può ripetersi.