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Politica

🌋 Il Parco dell’Etna ostaggio della burocrazia: il disastro amministrativo e del direttore reggente

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di Fabrizio Giannino –


Non sono le eruzioni dell’Monte Etna a far discutere in questi mesi. Non sono i crateri, né le colate laviche, né la straordinaria biodiversità che ha portato il vulcano ad essere riconosciuto patrimonio dell’UNESCO. A far discutere è la gestione del Parco. E, più precisamente, il ruolo del direttore reggente del Parco dell’Etna, Giuseppe Battaglia, protagonista di un braccio di ferro istituzionale che ha finito per paralizzare attività autorizzative e seminare confusione tra i territori etnei. Un braccio di ferro che ha bloccato tutto. Da mesi il Parco è attraversato da uno scontro interno tra il direttore reggente e il Comitato Tecnico Scientifico (CTS), organismo consultivo che dovrebbe garantire il rigore scientifico nelle decisioni dell’ente, non l’istruzione delle pratiche che spettano agli uffici e al direttore. Un clima di tensione permanente e procedure autorizzative di fatto bloccate, con amministrazioni locali, operatori e cittadini lasciati nell’incertezza più totale.

Il paradosso è evidente, mentre il vulcano continua a richiamare visitatori da tutto il mondo, la macchina amministrativa che dovrebbe governarlo appare inceppata in una guerra burocratica interna.

Nel tentativo di rafforzare la propria posizione in ordine alle proprie pretese, il direttore reggente ha deciso di rivolgersi al Consiglio Regionale per la Protezione del Patrimonio Naturale, organismo istituito presso l’Assessorato regionale Territorio e Ambiente. Un’iniziativa che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto legittimare la sua linea amministrativa. Il risultato è stato l’esatto contrario:

Il parere espresso il 3 marzo scorso, rispondendo a Battaglia, ha infatti tracciato un quadro devastante della situazione dei parchi regionali siciliani, regole confuse, regolamenti scoordinati con la normativa vigente, prassi amministrative approssimative e controlli superficiali. In altre parole: il trionfo dell’approssimazione burocratica.

Dal verbale della seduta emerge un quadro che definire imbarazzante è poco. Secondo il Consiglio regionale adito, ogni parco regionale finisce per comportarsi a modo proprio, senza un quadro normativo coerente; molti regolamenti sono scoordinati o incompatibili con la normativa vigente; le indicazioni del Consiglio regionale e perfino le sentenze di tribunali come TAR e CGA vengono spesso ignorate.

Il risultato finale è devastante: una gestione amministrativa che rischia di produrre atti illegittimi, nulli o addirittura annullabili. Per un ente che governa un patrimonio naturale di valore mondiale è una prospettiva semplicemente inquietante.

La vicenda assume contorni ancora più grotteschi se si considera il percorso amministrativo del direttore reggente. Prima di arrivare alla guida del Parco dell’Etna, Battaglia ha ricoperto ruoli apicali nella burocrazia regionale, direttore generale del Dipartimento Ambiente, dirigente del Dipartimento Urbanistica e già ai vertici del Corpo Forestale. Eppure proprio durante quegli anni non è stato realizzato alcun intervento strutturale per correggere le anomalie che oggi vengono denunciate.

Così l’iniziativa che avrebbe dovuto rafforzare la posizione del direttore reggente si è trasformata in un clamoroso autogol,  un documento ufficiale che certifica il fallimento del Parco dell’Etna ma anche del sistema dei parchi regionali.

Il quadro, già pesante sul piano politico e amministrativo, rischia ora di avere anche conseguenze giudiziarie. Secondo quanto emerge da diverse segnalazioni, alla Procura della Repubblica di Catania sarebbero stati presentati numerosi esposti relativi alla gestione del Parco. Se le criticità evidenziate dovessero trovare riscontro, la vicenda potrebbe aprire scenari ben più seri della semplice polemica politica.

A questo punto la questione non è più solo amministrativa. È una questione di credibilità istituzionale. Come è possibile che un ente che gestisce uno dei patrimoni naturali più straordinari d’Europa resti affidato a una guida contestata, mentre territori, operatori e comunità locali assistono impotenti al blocco delle attività? E soprattutto:
chi risponde politicamente di questa situazione? Perché il direttore reggente e il presidente del Parco non si sono nominati da soli. Le loro nomine portano la firma dell’Assessorato regionale al Territorio e Ambiente, che ha il dovere di controllare e rimuovere le controversie se non addirittura i vertici amministrativi.

E quando un’istituzione strategica come il Parco dell’Etna diventa teatro di conflitti burocratici e paralisi amministrativa, la responsabilità è anche politica di chi ha il dovere del controllo.

Il vulcano simbolo della Sicilia non può essere trattato come l’ennesimo ufficio regionale. L’Etna è un patrimonio naturale globale, una risorsa scientifica, economica e culturale che richiede competenza, autorevolezza e visione. Continuare a trascinarlo nelle sabbie mobili della burocrazia significa infliggere un danno enorme alla Sicilia e alla sua credibilità internazionale.

E la domanda finale, inevitabile, resta sospesa nell’aria come una nube di cenere, quanto ancora dovrà pagare l’Etna per l’inadeguatezza di chi dovrebbe proteggerlo? Quanto ancora i cittadini dei territori connessi? 

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