
Palamara non è un eroe. Non lo è mai stato e non lo diventa certo oggi. È stato parte integrante di un sistema di potere, ne ha utilizzato le leve, ne ha tratto vantaggi, ne ha rispettato le regole oscure. Solo quando è caduto, travolto dallo stesso meccanismo che aveva contribuito a far funzionare, ha iniziato a raccontarlo. Questo va detto con chiarezza, senza indulgenze e senza mitizzazioni.Ma proprio per questo il punto non è Palamara. Il punto è ciò che Palamara racconta e scrive, e nessuno lo smentisce.
Non è credibile quando si assolve, quando prova a presentarsi come vittima sacrificale. È invece drammaticamente credibile quando descrive la macchina. Perché quella macchina l’ha guidata. L’ha vista da dentro. Ne ha oliato gli ingranaggi. Ne conosce i rumori, le connessioni, le logiche. Ma non può essere l’unico capro espiatorio. La magistratura delle correnti non è una suggestione giornalistica né un’invenzione dei “nemici della giustizia”. È un fatto strutturale. Un sistema di potere organizzato, in cui le carriere, e non solo quelle, non si costruiscono sulla base del merito o della qualità delle decisioni, ma sull’appartenenza, sulla fedeltà, sugli equilibri interni. Un sistema in cui le nomine sono trattative, i ruoli sono moneta di scambio e l’indipendenza, valore costituzionale altissimo, viene piegata a logiche di schieramento.
Il danno non è solo interno alla magistratura. È un danno democratico. Perché quando il cittadino percepisce che chi giudica non è impermeabile al potere, ma ne è parte, la fiducia crolla. E senza fiducia la giustizia resta formalmente in piedi, ma sostanzialmente delegittimata.
Il problema più grave è l’autodifesa corporativa. Di fronte allo scandalo, la reazione non è stata una riforma radicale, ma una rimozione selettiva, isolare il “colpevole”, salvare il sistema, chiudere il dibattito. Come se il problema fosse l’uomo e non l’architettura. Come se bastasse espellere un nome per cancellare anni di prassi, riunioni riservate, accordi trasversali, che continuano imperterritamente.
La magistratura non può continuare a chiedere fiducia mentre rifiuta la trasparenza. Non può rivendicare autonomia, che ha, senza accettare responsabilità. Non può presentarsi come baluardo etico del Paese mentre al suo interno operano dinamiche che ricordano più un partito con correnti che un ordine giudiziario.
Criticare la magistratura delle correnti non significa essere contro la giustizia. Al contrario, significa cercare di renderla seria. Significa difendere l’idea che chi esercita un potere così enorme sulla vita delle persone debba essere non solo indipendente dalla politica, ma anche libero dalle proprie oligarchie interne.
Palamara non è la causa. È il sintomo. Ignorarlo, ridurlo a una deviazione individuale, significa scegliere consapevolmente di non curare la malattia. E una democrazia che rinuncia a interrogarsi sul funzionamento reale della sua giustizia è una democrazia che accetta di vivere nell’ipocrisia.
