
I banchi vuoti a Sala d’Ercole fotografano lo stato insalubre di una maggioranza che preferisce evitare la conta. Una paura che blocca, di fatto, l’attività legislativa.
Non è solo un momento di tensione, è il classico punto di rottura di una maggioranza che ha perso coesione politica prima ancora che numeri.
Alla Regione Siciliana, la tenuta del governo guidato da Renato Schifani si gioca tutta su un equilibrio fragile, correnti interne, partiti che marcano territorio e una gestione del potere che ormai sembra più difensiva che strategica. Per non parlare degli assessori imprensetabili. Sullo sfondo le elezioni, quanto prima possibile. “Meglio subito” ci dice qualcuno, anche perché la sinistra non sta di certo meglio.
Schifani convoca per martedì un “vertice” di maggioranza, che sembra più un regolamento di conti. E quando arrivi a quel punto, significa che la fiducia interna è già compromessa, che gli assessori sono diventati pedine sacrificabili e che le decisioni non passano più per visione politica, ma per necessità di sopravvivenza.
Il rimpasto di giunta, se confermato, non sarà un segnale di rilancio. Sarà un’ammissione implicita di fallimento nella gestione degli equilibri. E qui serve essere chiari, cambiare assessori senza cambiare linea politica è solo maquillage. Non risolve nulla. Anzi, spesso peggiora, perché apre nuovi fronti tra chi entra e chi esce.
Il vero nodo è un altro, questa maggioranza esiste ancora come progetto politico o è già diventata un cartello elettorale in disfacimento?
Se martedì non esce una sintesi forte, pochi punti chiari, una guida politica netta e una redistribuzione del potere che non sembri una spartizione, allora l’implosione che descriviamo non sarà una previsione. Sarà l’inizio della fase finale.