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Politica

RESIDENTI CORSO SICILIA CATANIA, LEGALITÀ CONTRO NARRAZIONE QUANDO IL QUARTIERE DICE BASTA

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C’è un momento in cui la distanza tra racconto e realtà diventa insostenibile. E a Corso Sicilia quel momento è arrivato. Perché mentre una parte della città si commuove per lo sgombero dell’ex palestra, diventato centro sociale, di Piazza Pietro Lupo, un’altra, quella di chi lì ci vive davvero e tira un sospiro di sollievo.

Qui non siamo davanti a uno scontro tra “sensibilità diverse”. Qui siamo davanti a una frattura netta tra chi vive i problemi e chi li racconta da lontano, spesso piegandoli a una narrazione ideologica comoda. Da una parte i “centri sociali”, dall’altra la vita quotidiana fatta di degrado, illegalità e paura. E il punto è semplice, non possono valere allo stesso modo.

Per anni si è tollerato tutto. Occupazioni abusive trasformate in simboli. Zone franche sottratte alla legge. Quartieri interi lasciati scivolare in un limbo dove lo Stato arretra e altri riempiono il vuoto. Il risultato? Residenti trasformati in comparse, costretti a subire in silenzio mentre qualcuno decide che l’illegalità, se vestita bene, può diventare perfino virtuosa.

Il comunicato dei residenti di corso Sicilia rompe questo schema. Non è solo uno sfogo, è un atto politico, nel senso più alto del termine. Rimette al centro una parola che negli ultimi anni è stata quasi censurata, legalità. Non quella astratta, da convegno, ma quella concreta, fatta di strade vivibili, regole rispettate, istituzioni che funzionano.

E poi c’è un passaggio che non può essere ignorato, ciò che è accaduto in Consiglio Comunale. L’irruzione, l’interruzione dei lavori, il tentativo di piegare un’assemblea elettiva alla logica della pressione, della forza, della violenza. Qui non siamo più nel campo della protesta, ma in quello della prevaricazione. E chi minimizza, chi giustifica, chi fa finta di non vedere, sta accettando un principio pericolosissimo, che il consenso democratico possa essere sostituito dall’intimidazione. No. Non funziona così. Non può funzionare così.

La democrazia è fragile proprio quando si tollerano queste scorciatoie. Quando si accetta che chi urla più forte abbia più diritto degli altri. Quando si legittima l’idea che le regole valgano solo per alcuni.

Lo sgombero di Piazza Pietro Lupo non è la fine di qualcosa. È, semmai, un test. Un punto di ritorno alla sicurezza civica. La vera domanda è cosa succede adesso?

Perché se tutto si riduce a un’operazione spot, allora cambierà poco o nulla. Ma se invece diventa l’inizio di una linea chiara, contro abusivismo, violenza, zone franche, allora sì, può segnare una svolta. Serve coerenza. Serve coraggio. Serve uno Stato e un’amministrazione che smettano di inseguire le narrazioni e tornino a garantire diritti basilari, sicurezza, decoro, rispetto delle regole.

I residenti di Corso Sicilia non stanno chiedendo privilegi. Stanno chiedendo normalità. Ed è forse questo il dato più politico di tutti: oggi, a Catania, la normalità è diventata una rivendicazione. E quando accade questo, significa che si è andati troppo oltre.

Adesso tocca alle istituzioni dimostrare da che parte stanno. Non a parole, ma nei fatti. Perché una città non si governa inseguendo gli slogan, ma scegliendo – con chiarezza – da che lato stare. E questa volta, il lato giusto è uno solo.

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