
di Claudia Truglio –
C’è un momento in cui non fa più male il disastro naturale, ma il modo in cui viene ignorato. È il momento che molti siciliani stanno vivendo oggi, dopo il ciclone che ha devastato intere porzioni dell’isola lasciando città spezzate, attività distrutte, infrastrutture crollate. Un disastro che, a differenza di altri avvenuti nel resto d’Italia, sembra, in un primo momento, essere passato quasi inosservato dai mass media nazionali.
Per farci sentire, come accade agli iraniani quando protestano contro un regime che li zittisce, dobbiamo affidarci ai social. Ai post, alle storie, ai video condivisi in rete. Abbiamo bisogno degli artisti — Fiorello, Levante, Nek e pochi altri — perché quando parlano loro, improvvisamente esistiamo. E così succede che amici e parenti del Nord, dopo settimane, ci scrivano con aria vagamente preoccupata:
“Ho sentito che giù c’è stato brutto tempo. Tutto bene?” Brutto tempo. Qui non è piovuto: è passato un ciclone.
E oggi viviamo in città distrutte o, come a Catania, in città con una città distrutta dentro: il lungomare, una ferita aperta dove la vita dovrebbe scorrere e invece inciampa tra macerie e transenne.
Niscemi, Letojanni, Marzamemi non sono state semplicemente colpite dal maltempo: sono state devastate, al pari delle alluvioni dell’Emilia-Romagna per cui l’intero Paese si è mobilitato. Attività commerciali crollate come dopo un terremoto. La differenza? Qui non ci sono stati morti. E questo, paradossalmente, sembra averci resi meno degni di attenzione.
Forse perché “questi meridionali”, per una volta, sono stati bravi: hanno rispettato le regole, sono rimasti in casa, hanno seguito le indicazioni di una Protezione Civile che — sorpresa — anche al Sud funziona. Ma evidentemente prevenire le tragedie non paga in termini di notiziabilità.
Abbiamo persino sentito giornalisti stupirsi davanti a una stima di danni da un miliardo di euro. Quasi fosse un’esagerazione. Come se i siciliani fossero i soliti lamentosi, pronti a gridare al disastro per un minimo disagio. Così, se crolla la ferrovia che collega Catania e Messina, due delle principali città dell’isola, stiamo esagerando. Non è mica come i “veri disagi”: lo sciopero dei taxi, i ritardi ferroviari del Nord, l’ennesima esondazione del Seveso che riempie servizi, dirette, approfondimenti.
Il divario Nord-Sud non è mai stato così evidente. E fa ancora più male se si pensa che negli ultimi anni molti meridionali hanno persino votato Lega, mentre Salvini preferiva gli eventi patinati di Milano-Cortina alle riunioni per stanziare fondi al Sud. Non può sdoppiarsi, certo. Ma sceglie: l’immagine internazionale prima della casa comune.
Così lontana è l’Italia da noi che la raccolta fondi dobbiamo organizzarla da soli. Così lontana che dovremmo “farci bastare” 33 milioni, solo un acconto come sottolineato da Giorgia Meloni, invece del miliardo richiesto. Così lontana che la politica, Elly Schlein tra tutti, ci dice: scegliete. O le grandi opere o le strade. O il ponte o la messa in sicurezza. Perché c’è una parte d’Italia dove tutto è dovuto e un’altra che deve rinunciare.
E poi c’è il giudizio morale, il più feroce: “Ve la siete cercata”. Avete costruito sul mare.
Come se non fossimo borghi di pescatori da secoli. Come se il cambiamento climatico non stesse colpendo l’intero pianeta. Come se i cicloni avessero una preferenza geografica.
Allora diciamolo anche ai residenti e alle attività della Costiera Amalfitana di cambiare location. Diciamolo ai campani di cambiare Regione non si sa mai il Vesuvio dovesse esplodere. Diciamo ai ricchi liguri delle Cinque Terre di arretrare case e locali. Diciamo agli abruzzesi di non lamentarsi al prossimo terremoto. I rischi si conoscono, no?
Eppure questo politicamente scorretto è riservato solo ai siciliani? A loro si può dire tutto. E di loro si può anche non raccontare niente.
Ed è forse questo il danno più profondo che la tempesta ci ha lasciato: la sensazione di essere cittadini solo quando fa comodo. Invisibili finché non diventiamo un problema.