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⚖️ 📰 Gratteri è il Torquemada 2.0? Quando il potere giudiziario pretende di processare le opinioni

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In una democrazia liberale esiste una regola fondamentale: nessun potere può pretendere immunità dalla critica. Nemmeno la magistratura. Anzi, soprattutto la magistratura. Perché quando un potere dello Stato diventa impermeabile al dissenso, il rischio non è la polemica, è la deriva.

Le recenti parole di Nicola Gratteri contro Il Foglio hanno riacceso un dibattito che in Italia ritorna ciclicamente, può un magistrato trasformarsi in giudice delle opinioni?

Il punto non è stabilire se un giornale abbia ragione o torto. I giornali, per definizione, possono essere partigiani, provocatori, perfino scomodi. È la loro natura. La stampa libera non è quella che piace al potere, ma quella che disturba il potere.

Per questo, quando un esponente di primo piano della magistratura reagisce a un giornale con toni di delegittimazione politica o morale, la questione diventa istituzionale. Perché la critica non arriva da un editorialista o da un leader di partito, ma da chi rappresenta uno dei poteri dello Stato.

Ed è qui che l’immagine evocata da molti osservatori, quella dell’inquisitore, diventa una metafora potente. Non perché qualcuno stia realmente celebrando roghi mediatici, ma perché il rischio è culturale, l’idea che esistano opinioni legittime e opinioni da mettere all’indice. Tipica dei regimi autoritari cui questa magistratura aspira.

La storia europea conosce bene questa tentazione. L’Inquisizione guidata da Tomás de Torquemada, alla fine del 1400, non era solo un sistema giudiziario religioso, era un meccanismo di controllo del pensiero. Stabiliva cosa fosse ortodosso e cosa fosse eresia. Naturalmente il paragone storico è provocatorio. Ma serve a ricordare un principio semplice, la democrazia vive di pluralismo, non di ortodossia o peggio di inquisizione.

In uno Stato costituzionale la magistratura ha un ruolo essenziale, applicare la legge, perseguire i reati, garantire la legalità. Ma non può e non deve trasformarsi in arbitro del dibattito pubblico. Perché nel momento in cui un potere dello Stato entra nella contesa delle opinioni con il peso della propria autorità, il confronto rischia di diventare squilibrato.

La libertà di stampa prevista dalla Costituzione della Repubblica Italiana (art.21) non è un ornamento retorico un orpello. È uno dei pilastri dell’architettura democratica. Significa che i giornali devono poter criticare i governi, i partiti, le istituzioni e sì, anche i magistrati. Soprattutto quando i magistrati diventano figure pubbliche molto influenti e scendono nella contesa politica.

Non si difende la libertà di stampa solo quando i giornali ci danno ragione. La si difende proprio quando dicono cose che non ci piacciono. È questo il discrimine tra democrazia e potere morale, tra il pluralismo delle idee e la tentazione, sempre ricorrente nella storia, di stabilire chi ha il diritto di parlare e chi invece dovrebbe tacere.

E in una democrazia matura la risposta dovrebbe essere sempre la stessa: nessuno ha il monopolio della verità. Nemmeno chi amministra la giustizia.

Fabio Brescia di Radio Kiss Kiss – Napoli

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