
C’è un piano che la politica italiana continua ostinatamente a rimuovere, quello dell’etica pubblica. Un piano che non coincide con un avviso di garanzia o con una sentenza definitiva. Un piano più alto, ma anche più scomodo, perché chiama in causa la responsabilità morale e istituzionale di chi governa, non solo la sua non punibilità penale.
Il caso Faraoni è, in questo senso, uno spartiacque. Secondo quanto emerge dalle carte dell’inchiesta, Faraoni avrebbe favorito Totò Cuffaro e ambienti a lui riconducibili, muovendosi – sempre secondo gli atti – in un perimetro che intreccia relazioni, convenienze, scambi di prossimità politica. Eppure rimane lì al suo posto, come gestore della sanità, perché nel frattempo il reato di abuso d’ufficio è stato depenalizzato. La Faraoni è stata intercettata mentre discuteva a casa di Cuffaro sul modus operandi.
Ma la politica in generale può aspettare una sentenza senza interrogarsi sulla propria dignità è opportuno? è accettabile? è compatibile con il ruolo pubblico esercitato?
Quando queste domande vengono eluse con la formula pigra del “aspettiamo gli esiti giudiziari”, la politica abdica alla propria funzione e si rifugia dietro il codice penale come scudo. Ma il problema non si ferma a Palermo, non si ferma al caso Faraoni.
Di contro però si organizzano anche delle inchieste che vengono “acconciate” in senso opposto, ad arte, ad orologeria, per colpire, chi alza la testa, chi potrebbe dare fastidio, chi svolge il proprio ruolo con autorevolezza riconosciuta, ma questa è altra storia, che citiamo solo per completare il panorama, che non è solo a senso unico.
Il caso diventa ancora più grave se si guarda a Paternò, dove lo Stato ha deciso la misura più drastica possibile, lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni e condizionamenti. Una decisione che, come chiarisce la relazione ministeriale, non è un atto burocratico, ma una missione di risanamento profondo, amministrativo, politico e culturale. Eppure oggi la presenza dei commissari appare sempre più svuotata di senso. Non può essere una polemica sterile, e registriamo che malgrado le relazioni ministeriale e prefettizia, i commissari non interpretano appieno ciò che il decreto denuncia in generale.
Non perché manchino i poteri – che sono ampi e straordinari – ma perché manca l’interpretazione autentica del mandato ricevuto. I commissari non sono semplici “traghettatori tecnici”, né notai dell’ordinaria amministrazione. Sono chiamati a rompere prassi, disarticolare reti opache, ristabilire un’etica pubblica violata, anche attraverso segnali forti, scelte visibili, discontinuità nette.
A Paternò, invece, si ha la sensazione opposta, una gestione che galleggia, che evita i nodi politici, che non incide sui meccanismi amministrativi, che la stessa relazione ministeriale individua come patologici. Come la permanenza ai vertici dirigenziali e anche di alcune pseudo-associazioni, di quelli che parimenti agli amministratori hanno fatto il bello e cattivo tempo come propagine di sindaco e giunta. Una operazione “ramazza” chiesta dal decreto che descriveva queste figure collaterali e co-responsabili.
Una presenza commissariale che rischia di diventare inutile, se non addirittura funzionale alla rimozione collettiva delle responsabilità. Il Comune è stato sciolto perché – lo dice nero su bianco la relazione ministeriale – dal 2017 al 2024 si è registrato un continuum amministrativo e politico permeabile a condizionamenti, relazioni improprie, scelte incompatibili con il principio di legalità sostanziale. Non un incidente. Un sistema, e questo sistema è ancora lì.
Ed è qui che il filo si ricongiunge. Quando l’etica viene espulsa dalla politica, restano solo due alibi.
Il primo è quello giudiziario, “non c’è reato”. Il secondo è quello amministrativo: “abbiamo fatto il minimo indispensabile”.
Ma lo Stato, quando scioglie un Comune, non chiede il minimo. Chiede il massimo. Chiede coraggio, rottura, assunzione di responsabilità. Chiede di dire no, anche quando è scomodo. Chiede di restituire credibilità alle istituzioni, non solo di tenerle aperte.
Se tutto questo non accade, allora il problema non è più Paternò. Il problema diventa lo Stato stesso, come viene percepito dai cittadini: Che interviene ma non incide, nomina ma non guida, commissaria ma non risana. E a quel punto, nessuna sentenza potrà assolvere il fallimento etico della politica. E quando si rinuncia all’etica, nessuna assoluzione potrà mai restituirgli autorevolezza.