PATERNÒ – C’è voglia di parola dopo lo tsunami che ha cacciato gli amministratori. Dalle ceneri dello scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose – un trauma profondo per l’intera comunità – non nasce una radio tradizionale, ma qualcosa di più fluido e necessario: un contenitore di voci. Si chiama Radio Paternò, e il suo primo, attesissimo progetto è il podcast “Che si dice?”, in onda ogni giovedì dalle 14.
Non è solo un programma. È un esperimento di ricostruzione del tessuto civico, un presidio digitale di libertà e confronto nato per colmare il vuoto di istituzioni legittime e riannodare i fili di una città che ha urgente bisogno di ritrovare la propria identità al di fuori delle ombre della criminalità.
Il progetto prende forma da un’idea collettiva, nata dalla convinzione che le storie e le parole siano il primo motore di cambiamento. Tra gli ideatori, Silvio Mirenna e Paolo Di Caro. A condurre le conversazioni in studio, con la spontaneità di una chiacchierata tra concittadini, saranno Naomi Giuffrida e Piero Messina. La regia e la cura dell’identità visiva e tecnica sono affidate a Giovanni Saeli di Go Streaming Comunicazione.
«“Che si dice?” è molto più di un podcast – spiegano gli organizzatori –. È una rubrica di interviste, uno spazio libero in cui ospiti diversi come cittadini, professionisti, artisti, imprenditori e volti noti o meno noti possono raccontarsi senza filtri, rispondendo a domande dirette, vere, senza censura. Un modo nuovo per dare parola a Paternò, alle sue storie, alle sue contraddizioni, alle sue energie».
Il format sfrutta appieno i social network e YouTube, trasformando lo studio in una piazza digitale aperta a tutti. Un approccio moderno che bypassa i mezzi tradizionali, puntando dritto al cuore della partecipazione diretta.
“Che si dice?” si presenta come il primo, coraggioso passo di un cammino più ambizioso: costruire, col tempo, una piattaforma stabile di contenuti per e sulla città, con nuovi programmi e nuove voci. In un momento di sfiducia e smarrimento, qualcuno ha deciso di riaccendere il microfono. Per dimostrare che, anche quando le istituzioni vacillano, la comunità può trovare il modo di dire la sua. Perché Paternò ha bisogno di raccontarsi. E finalmente, qualcuno ha iniziato a farlo.