
Niscemi è oggi il simbolo di una Sicilia lasciata sola di fronte all’ennesimo disastro. Una comunità colpita duramente, che fa i conti con danni pesanti, paura, disagi e una quotidianità improvvisamente stravolta. Scene che raccontano molto più di un evento emergenziale: raccontano anni di fragilità ignorate, prevenzione mancata e responsabilità mai chiarite.
Quando il territorio cede, nulla accade per caso. Le criticità strutturali, la carenza di manutenzione, l’assenza di un serio piano di tutela e messa in sicurezza emergono tutte insieme, trasformando un’emergenza in una tragedia annunciata. A Niscemi, come in troppe altre realtà siciliane, il conto lo pagano sempre i cittadini: famiglie, attività economiche, agricoltori, lavoratori.
Sul fronte istituzionale, mentre la città chiede risposte immediate, prevalgono le lentezze burocratiche, le comunicazioni frammentarie e gli impegni rischiano di restare sulla carta. I sopralluoghi non bastano, gli stati di emergenza non possono essere solo atti formali. Servono risorse vere, tempi certi e soprattutto verità, su ciò che non è stato fatto prima e su chi doveva farlo.
Niscemi non chiede compassione, ma rispetto. Rispetto che passa da interventi urgenti, ristori rapidi e da un cambio di passo netto nella gestione del territorio. Perché ogni disastro che si ripete con lo stesso copione, non è più una fatalità, è una responsabilità politica e amministrativa. Oggi il silenzio sarebbe complicità.