Qualche giorno fa avevamo pubblicato un articolo Al via la nuova legge elettorale, ritorno alle preferenze, la democrazia ritrova il suo volto. Poi la marcia indietro. Infatti nel testo presentato dalla maggioranza le preferenze scompaiono. La Meloni non ci sta e annuncia emendamenti per reintrodurle, mantenendo le altre modifiche previste nel testo già presentato dalla maggioranza in parlamento.
La mossa di Giorgia Meloni sulle preferenze non è un dettaglio tecnico, è una scelta che tocca il cuore del rapporto tra elettori ed eletti. Dopo anni di liste bloccate, l’idea di restituire al cittadino la possibilità di scegliere il proprio rappresentante ha una forza simbolica evidente. E non è un caso che Fratelli d’Italia definisca questa una “battaglia storica”.
Il punto, però, è un altro, le preferenze sono di per sé una panacea democratica? Possono avvicinare l’eletto all’elettore? È qui che la proposta diventa una vera prova di maturità per la politica italiana. Scegliere di rafforzare la rappresentanza dei territori e dare al cittadino il potere di scegliere i propri rappresentanti, cercando di smontare anche l’astensione dal voto.
A nulla vale evocare ipocritamente il pericolo che le preferenze possano inquinare il voto, per scambio elettorale. E va detto con chiarezza, se le preferenze funzionano nei comuni, nelle regioni e perfino alle europee, sostenere che diventino “pericolose” solo per il Parlamento nazionale appare una contraddizione difficile da difendere sul piano logico. Il rischio evocato, voto di scambio, personalismi, correntismo, non nasce con le preferenze. Esiste già, anche con le liste bloccate. La differenza è che con le preferenze il consenso deve essere conquistato apertamente, non semplicemente garantito da una collocazione in lista decisa dall’alto.
Il vero timore, quindi, non è il meccanismo in sé, ma politico, e ciò che produce, ovvero la redistribuzione del potere. Le preferenze spostano l’asse dalla segreteria di partito al consenso del cittadino. E questo, per chi controlla le liste bloccate, è un rischio enorme. Non per la democrazia, ma per gli equilibri interni alle élite politiche.
Nei comuni le preferenze sono la regola da decenni, il cittadino sceglie il sindaco e i consiglieri, premiando chi conosce, chi ha lavorato sul territorio, chi ha costruito relazioni politiche reali, chi merita. Alle europee accade lo stesso, competizione aperta, voto di opinione e di presenza. Non c’è alcun collasso del sistema democratico, anzi, maggiore responsabilizzazione degli eletti e maggiore partecipazione degli elettori.
Allora perché al Parlamento nazionale dovrebbe essere diverso? La risposta più onesta è che il Parlamento è il cuore del potere politico nazionale, lì si formano governi, maggioranze, leadership. Introdurre le preferenze significa rendere meno decisivi i vertici di partito, più contendibili i seggi, meno controllabile la composizione dei gruppi parlamentari. In una parola meno nominati e più eletti.
Dire che le preferenze vanno bene per comuni, regioni ed Europa ma non per il Parlamento significa, in sostanza, affermare che il cittadino abbia la maturità per scegliere i suoi rappresentanti a livello locale e sovranazionale, ma non abbastanza per decidere chi debba legiferare in suo nome a Roma. È una tesi paternalistica, che tradisce una sfiducia di fondo verso l’elettorato. Ma Giorgia Meloni si sottrae a questa impostazione autoritaria, ed insiste per riportare il diritto di scelta ai cittadini.
La verità è più semplice, le preferenze restituiscono potere di scelta al cittadino e, di conseguenza, sottraggono potere di nomina alle oligarchie di partito. Il dibattito reale è tutto qui. Non sulla sicurezza del sistema elettorale, ma sul controllo del potere politico.
Il calcolo politico è evidente. La Meloni sa che il tema è trasversale e può creare imbarazzi dentro la stessa maggioranza, ma sostiene con forza il diritto dell’elettore di scegliere il propio rappresentante. Le reazioni prudenti di Forza Italia e le resistenze della Lega raccontano più di mille dichiarazioni, la preferenza rompe gli equilibri interni ai partiti, perché sposta il potere dalle segreterie ai territori. E i territori, si sa, sono imprevedibili. Solo una leadership forte può reggere.