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Al via la nuova legge elettorale, ritorno alle preferenze, la democrazia ritrova il suo volto.

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Il disegno di legge in parlamento entro la prossima settimana. Mattarella vigila. Il perimetro è quello della sentenza del 2017

L’immagine che accompagna queste ore di dibattito parlamentare l’aula di Montecitorio gremita mentre si discute di riforma elettorale, racconta già più di molte dichiarazioni ufficiali. La stampa nazionale titola con chiarezza: “Fdi spinge sulla legge elettorale, i partiti simulano le varie opzioni”. È la fotografia di una fase politica che, dopo anni di liste bloccate e candidature decise nelle segreterie, sembra finalmente pronta a restituire centralità al voto degli elettori.

L’iniziativa di riforma della legge elettorale che dovrebbe approdare nelle prossime settimane alle Camere merita un plauso convinto, perché introduce, o meglio reintroduce, un principio elementare di democrazia rappresentativa, la possibilità per i cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti attraverso il voto di preferenza.

Per troppo tempo il Parlamento nazionale è stato il prodotto di meccanismi che, pur formalmente legittimi, hanno di fatto compresso il potere decisionale dell’elettorato. Le liste bloccate hanno trasformato il voto in un atto dimezzato, gli elettori sceglievano il simbolo, ma non la persona. La conseguenza è stata una progressiva distanza tra eletti ed elettori, un impoverimento del rapporto fiduciario e, non da ultimo, una percezione diffusa di autoreferenzialità della politica.

La proposta che si profila, così come emerge dalle anticipazioni che riceviamo, rappresenta quindi una svolta culturale prima ancora che tecnica. L’introduzione delle preferenze non è un dettaglio procedurale, è il ripristino di un principio che già governa tutte le altre competizioni elettorali del nostro ordinamento. I cittadini esprimono preferenze per i consigli comunali, per le assemblee regionali e per il Parlamento europeo, appare dunque anacronistico che proprio l’elezione del Parlamento nazionale resti l’unica sottratta a questa forma di scelta diretta.

È difficile non vedere in questa riforma una risposta, tardiva ma necessaria, alla crisi di rappresentanza che attraversa il sistema politico italiano. Restituire agli elettori la possibilità di indicare nomi e non solo simboli significa responsabilizzare la classe dirigente, costringere i candidati a radicarsi nei territori, a confrontarsi con i cittadini, a costruire consenso reale e non solo appartenenza di corrente.

Certo, il dibattito resta aperto e le resistenze non mancano. Le simulazioni dei partiti, richiamate dagli articoli di stampa, mostrano come ogni forza politica stia valutando vantaggi e rischi del nuovo impianto. È fisiologico, le preferenze cambiano gli equilibri interni, rompono logiche consolidate, rendono meno controllabile la selezione delle candidature. Ma proprio per questo rappresentano una conquista democratica. Se una riforma turba le abitudini del potere, incide sulla qualità della rappresentanza.

Il ritorno alle preferenze, tuttavia, non deve essere considerato una panacea. Da solo non risolverà i mali della politica, né impedirà dinamiche clientelari se non accompagnato da regole rigorose su trasparenza, finanziamenti e selezione delle candidature. Ma è un passaggio imprescindibile, senza la libertà di scegliere i propri rappresentanti, ogni discorso sulla partecipazione resta monco.

Guardando l’aula parlamentare si coglie quasi il senso di una stagione che potrebbe chiudersi. Quella delle liste bloccate, è stata l’epoca dei nominati, spesso percepiti come lontani dai territori e legati solo ai vertici di partito che al corpo elettorale. Con le preferenze si torna invece alla politica come competizione aperta, come confronto diretto, come assunzione personale di responsabilità davanti agli elettori. Una sola eccezione parrebbe esserci, il capolista bloccato per consentire di avere parlamentari di prestigio anche in mancanza di consenso elettorale.

Plaudire a questa riforma non significa aderire a una parte politica, ma difendere un principio, la sovranità appartiene al popolo, e il popolo deve poter scegliere non solo chi governa, ma anche chi lo rappresenta. È la logica più semplice e, al tempo stesso, la più rivoluzionaria della democrazia.

Se il Parlamento saprà approvare rapidamente questa legge, segnerà un punto di svolta dopo anni di discussioni inconcludenti. E restituirà al voto un valore pieno, trasformando l’elettore da spettatore a protagonista. Non è poco, in tempi in cui l’astensionismo cresce e la fiducia nelle istituzioni vacilla.

La sfida ora è politica e culturale, dimostrare che la rappresentanza non è un privilegio da assegnare dall’alto, ma un mandato da conquistare sul campo. Le preferenze, in questo senso, non sono solo uno strumento tecnico. Sono il ritorno a una promessa originaria della Repubblica, quella di un Parlamento che sia davvero lo specchio del Paese, scelto dai cittadini e non confezionato nei palazzi.

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