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ALTRIMENTI CI ARRABBIAMO. L’ARROGANZA DEL POTERE, quando il magistrato ammonisce gli elettori.

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La democrazia vive di  principi elementari i cittadini decidono, il parlamento legifera, le istituzioni applicano. Non il contrario.

Quando un magistrato, non un semplice commentatore politico, suggerisce che una scelta referendaria possa compromettere il funzionamento della giustizia, il rischio è quello di scivolare verso una forma di paternalismo istituzionale, attenzione a ciò che votate, perché potreste ritrovarvi con una magistratura peggiore. Come se gli elettori dovessero essere guidati, ammoniti, educati. Come se il voto popolare fosse una variabile pericolosa da gestire con cautela. È questo il ruolo che un magistrato dovrebbe assumere nel dibattito democratico? È legittimo che chi esercita il potere di giudicare i cittadini si presenti, allo stesso tempo, come arbitro e commentatore delle loro scelte politiche?

Non è una novità nella storia repubblicana. Da anni una parte della magistratura italiana partecipa attivamente al confronto politico. Lo fa con interviste, convegni, prese di posizione pubbliche. Ma ogni volta che accade si ripropone lo stesso interrogativo: fino a che punto un potere dello Stato può entrare nell’arena politica senza alterare l’equilibrio istituzionale?

Il referendum sulla separazione delle carriere non riguarda una corporazione. Riguarda l’assetto della giustizia in uno Stato democratico. E in una democrazia la sovranità appartiene ai cittadini, non alle categorie professionali che da quel sistema traggono potere e prestigio.

Per questo le parole di Cantone, dopo Gratteri e Di Matteo, al di là delle intenzioni personali, suonano stonate. Non perché un magistrato non possa avere opinioni. Ma perché quando quelle opinioni assumono il tono dell’ammonimento, l’effetto rischia di essere quello di una pressione indebita sull’elettorato. Non è compito dei magistrati convincere gli italiani su come votare. Il loro compito è applicare la legge, qualunque essa sia.

Se il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno “Sì” o “No”, lo faranno in base alla propria coscienza. Non perché qualcuno li abbia avvertiti delle conseguenze. Non perché qualcuno abbia suggerito quale sarebbe la scelta “responsabile”. La democrazia non funziona così. Il voto referendario non è un esame da superare davanti a un’autorità morale. È l’esercizio più puro della sovranità popolare.

E forse il punto è proprio questo: in una Repubblica fondata sul voto dei cittadini, nessuno, nemmeno chi indossa la toga, dovrebbe parlare come se quel voto dovesse essere preventivamente autorizzato. Contro l’arroganza del potere votiamo SI !

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