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GAME OVER, GRATTERI, MAGISTRATO CHE PERDE LA STIMA

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Iniziamo con le affermazioni rovinose del magistrato Gratteri, riprese da Ermes Antonucci, giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura, de Il Foglio:

Un magistrato non è un commentatore politico. Non è un leader di partito. Non è un protagonista da talk show. È, o dovrebbe essere, il presidio silenzioso e rigoroso della legalità. Quando un magistrato del calibro (?) di Nicola Gratteri rilascia dichiarazioni che assumono un tono divisivo, polemico, minaccioso o percepito come schierato, il problema non è la libertà di parola. Il problema è la funzione.

 

La magistratura vive di credibilità. E la credibilità, oramai in caduta libera, si regge su un equilibrio delicatissimo  indipendenza, sobrietà, misura, equilibrio. Ogni parola pubblica pesa il doppio, perché non parla un cittadino qualunque ma un rappresentante dello Stato con un potere enorme sulla vita delle persone. E di vite Gratteri ne ha stroncate tantissime. Se le affermazioni diventano generalizzazioni, attacchi politici o giudizi che travalicano il perimetro tecnico-giuridico, si apre una crepa. Anche quando l’intento può essere quello di denunciare storture reali, il rischio è di scivolare nella propaganda. E quando un magistrato appare come parte del dibattito politico, la percezione di terzietà si indebolisce.

Non si tratta di mettere in discussione il lavoro investigativo o l’impegno contro la criminalità organizzata. Si tratta di un principio più alto, la magistratura deve essere sopra il conflitto politico, non dentro di esso. La forza di un giudice non è nel consenso mediatico ma nella sobrietà istituzionale. Non nella platea, ma nelle aule di giustizia. Quando il confine tra analisi tecnica e narrazione politica si assottiglia, a perdere non è una parte o l’altra, perde l’istituzione.

In un Paese già attraversato da sfiducia e tensioni tra poteri dello Stato, e delle proprie funzioni tra essi, ogni parola pubblica di un magistrato dovrebbe essere calibrata con estrema cautela. Perché la dignità della funzione non è un dettaglio formale, è la condizione essenziale per mantenere l’equilibrio democratico. La giustizia ha bisogno di autorevolezza. E l’autorevolezza nasce dalla misura, non dalla sovraesposizione. Chiudiamo con la nota diffusa dall’Unione Camere Penali:

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