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La casta che teme il giudice davvero terzo, il sorteggio e la punizione per chi sbaglia

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C’è un filo rosso che attraversa quarant’anni di storia giudiziaria italiana, il progressivo slittamento di potere dalle istituzioni politiche alle procure. Non per un colpo di Stato, ma attraverso un meccanismo più sottile, l’egemonia culturale e mediatica di una parte della magistratura che ha trasformato l’azione penale in uno strumento di potere.

Per anni i pubblici ministeri sono stati raccontati come i “magistrati coraggiosi”, eroi civili impegnati a ripulire il Paese. Ma dietro quell’epopea, spesso celebrata senza contraddittorio, si nasconde un sistema che ha piegato gli equilibri dello Stato di diritto. Il pm che indaga, il giudice che dovrebbe controllarlo e valutare le prove, siedono nello stesso ordine, nello stesso palazzo, nella stessa carriera. E quando il giudice prova davvero a fare il giudice, non di rado finisce sotto pressione.

È successo negli anni dell’antimafia militante, quando pentiti improbabili diventavano oracoli e teoremi fragili venivano presentati come verità definitive. È accaduto durante Tangentopoli, quando il rumore delle manette sostituì spesso la presunzione d’innocenza e la politica venne decapitata a colpi di mandati di cattura, di avvisi di garanzia e di conferenze stampa. È ricapitato in molte inchieste successive, alcune delle quali, Andreotti, Carnevale, il gen. Mori per la cosiddetta trattativa Stato-mafia, sono crollate solo anni dopo, quando ormai reputazioni e carriere erano state travolte.

Il copione è sempre lo stesso, prima il processo mediatico, poi quello giudiziario. Nel mezzo, una poderosa alleanza tra procure e circo mediatico che amplifica accuse, costruisce narrazioni e trasforma ipotesi investigative in verità pubbliche. Chi osa sollevare dubbi viene subito arruolato nel campo dei sospetti, complice, amico dei poteri occulti, nemico della legalità.

È in questo contesto che si capisce la durezza dello scontro sulla separazione delle carriere. I difensori dello status quo invocano la Costituzione, ma la realtà è più prosaica, temono la nascita di un giudice davvero terzo, non più culturalmente e professionalmente legato al pm della “stanza accanto”.

Perché un giudice indipendente, uno che non condivide carriera, correnti e promozioni con chi accusa, potrebbe tornare a fare ciò che la Costituzione gli chiede, controllare il potere dell’accusa, verificare le prove, fermare gli abusi.

Ed è proprio questo, probabilmente, che una certa casta non ha mai davvero sopportato. Non la riforma in sé, ma la fine di un equilibrio che per troppo tempo ha consentito alle procure di recitare contemporaneamente il ruolo di investigatori, accusatori e, di fatto, arbitri della vita pubblica. In una democrazia matura l’arbitro dovrebbe stare davvero in un’altra stanza. Non in quella accanto.

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