In Sicilia la politica possiede un talento straordinario, riesce sempre a reinventare la tradizione. E tra le tradizioni più solide, più radicate, più amorevolmente coltivate, c’è quella della famiglia. Non la famiglia come cellula sociale, certo. Sarebbe riduttivo. Qui parliamo della famiglia come istituzione parallela.
L’ironia della sorte vuole che, mentre la politica discute di meritocrazia, selezione della classe dirigente e modernizzazione della pubblica amministrazione, l’Isola continui a coltivare con devozione una forma di organizzazione molto più antica, molto più intima, la governance domestica. Perché, diciamolo con franchezza, la Sicilia è terra di affetti. E quale gesto più affettuoso, più premuroso, più profondamente umano di offrire un incarico pubblico a un familiare? Mogli, mariti, figli, nipoti, cognati, ex deputati trombati, ex aspiranti trombati, trombati preventivamente per evitare delusioni future. Un’intera genealogia di talento che trova finalmente il suo naturale sbocco nelle stanze del potere. Dagli Assessorati a gli enti strumentali della Regione. Dal Cefpas alla Sas, per citarne solo due che hanno riempito le pagine dei mass-media.
Del resto, perché andare a cercare competenze tra professionisti competenti quando il curriculum più affidabile è quello che si trova sul divano di casa? È il trionfo della filiera corta. Dal caffè mattutino all’incarico pubblico senza neppure cambiare stanza. Un modello organizzativo che l’economia mondiale studierà con attenzione, la pubblica amministrazione a chilometro zero.
Naturalmente qualcuno parla di “poltrone”, ma è un linguaggio antiquato, quasi offensivo. Qui siamo di fronte a qualcosa di molto più nobile, una forma di volontariato familiare, ma oneroso, ad alto contenuto istituzionale.
Passeggiando nei corridoi dei palazzi regionali si percepisce spesso uno spostamento d’aria improvviso, potente, quasi solenne. Qualcuno potrebbe scambiarlo per una folata di scirocco. Errore. È semplicemente il vento di parentopoli.
I protagonisti di questa aristocrazia parentale si riconoscono subito. Hanno un portamento inconfondibile, torace convesso, mento sollevato verso altitudini proibite ai comuni mortali e uno sguardo che attraversa le persone come se fossero trasparenti.
Secondo alcune ricerche sociologiche, il loro “buongiorno” è ormai considerato un reperto archeologico, rarissimo, oggetto di studio nelle università. Il loro modello culturale sembra ispirarsi a un antico cerimoniale nobiliare. Non a caso si muovono nei palazzi con l’aria di tanti piccoli Marchesi del Grillo, con quella filosofia di governo riassumibile in una formula tanto celebre quanto istituzionale, “Io sono io e voi non siete un cazzo.
La loro presenza è costante. Nelle riunioni importanti, negli eventi istituzionali, nei corridoi strategici, negli uffici decisivi. Sempre lì, sempre vigili, sempre con il petto in fuori a presidiare il territorio. Non è semplice cortesia. È architettura del potere. Dove c’è il potente, c’è il parente. Dove c’è il parente, c’è l’ufficio.
Il risultato è un curioso esperimento politico: trasformare un ufficio pubblico in una succursale amministrativa di Versailles, dove aleggia il motto di Luigi XIV, “L’etat c’est moi”, dove la genealogia conta più della geografia e il lignaggio pesa più della competenza.
Nel frattempo, mentre va in scena questa elegante pantomima aristocratica, gli enti arrancano, la macchina amministrativa perde pezzi, la competenza evapora e il consenso politico si consuma a velocità preoccupante. Ma in fondo la politica siciliana ha sempre avuto un talento particolare: quello di governare come se nulla stesse accadendo. Così, mentre fuori cresce lo scetticismo e dentro serpeggia il malumore tra correnti, faide e bilancini, nei partiti, nei palazzi continua a regnare una serenità tutta familiare. Del resto, in Sicilia il potere può anche vacillare. Ma la parentela, no. Adesso fuori i nomi. Tutti!
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