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LA VARDERA, IL BLUFF DELL’ENNESIMO MASANIELLO PER QUEI SICILIANI CHE PREFERISCONO ILLUDERSI

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C’è qualcosa di profondamente siciliano, e purtroppo ricorrente, nel meccanismo politico descritto dall’articolo de La Nazione Siciliana a firma di Rino Piscitello. Non è solo una critica a Ismaele La Vardera, ma il racconto di una malattia civile che l’Isola conosce bene: l’eterna ricerca del salvatore.

La storia recente della Sicilia è costellata di leader improvvisamente trasformati in simboli di redenzione collettiva. È accaduto con Rosario Crocetta & C. (che oggi sembrano essere i big sponsor dell’ex Iena), con Cateno De Luca, con Beppe Grillo, e prima ancora con Leoluca Orlando. Figure diverse tra loro, certo, ma accomunate da una dinamica sempre uguale, la promessa di rompere il sistema con la forza della purezza e della rabbia popolare.

La politica siciliana vive ciclicamente questa tentazione messianica. Si affida a uomini soli al comando, a tribuni mediatici, a capipopolo capaci di eccitare piazze e social. Il problema non è la loro capacità comunicativa, ma l’illusione che basti denunciare i mali per guarirli. A volte ci riescono, a volte falliscono.

Governare una regione complessa come la Sicilia non può limitarsi a un comizio permanente. Non è uno spettacolo. Non è una battaglia tra buoni e cattivi. È amministrazione, competenza, capacità di mediazione, conoscenza dei meccanismi economici e istituzionali. Tutte cose molto meno seducenti di un video virale o di una denuncia urlata.

Ecco perché il vero nodo non è La Vardera. Il vero nodo sono i siciliani. O meglio, la fragilità politica di un elettorato che ciclicamente scambia la ribellione per il governo, la denuncia per il progetto, il talento mediatico per la capacità amministrativa.

Quando la politica diventa un reality permanente, la selezione della classe dirigente si abbassa inevitabilmente. Accade allora che intorno ai nuovi leader gravitino figure di seconda o terza fila in cerca di una scorciatoia verso il potere. È un fenomeno antico quanto la politica stessa, quando nasce un nuovo carro, molti si affrettano a salirci sopra.

L’errore più grande, tuttavia, sarebbe quello di liquidare questi fenomeni con sufficienza. La storia insegna che il populismo cresce proprio quando i partiti tradizionali smettono di rappresentare bisogni reali, come accade oggi. Se un personaggio riesce a catalizzare consenso, vuol dire che esiste un vuoto politico. Il punto quindi non è demonizzare il nuovo capopopolo di turno. Il punto è chiedersi perché la Sicilia continui a cercarlo.

Ed è qui che entra in gioco il ruolo dell’informazione. Un giornale non ha il compito di applaudire i nuovi salvatori né di partecipare alle tifoserie. Ha il dovere, molto più semplice e molto più scomodo, di esercitare lo spirito critico.

Le reazioni indignate dei politici alle critiche dei giornali non sono una novità. Quando mancano le risposte, spesso arrivano gli attacchi personali o le accuse di complotto. È un riflesso quasi automatico del potere, delegittimare chi pone domande. Ma una democrazia matura vive proprio di questo conflitto. Di giornali che criticano e di politici che rispondono nel merito.

Il rischio vero, oggi come ieri, non è il successo di un singolo leader mediatico. Il rischio è che la Sicilia continui a oscillare tra entusiasmi improvvisi e delusioni devastanti, senza costruire una classe dirigente capace di governare la complessità.

I salvatori, in politica, non esistono. Esistono solo amministratori all’altezza o amministratori incapaci. E finché l’Isola continuerà a confondere i primi con i secondi, la storia, purtroppo, continuerà a ripetersi.

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