
di Giovanni Coriolano –
Dalla politica alla burocrazia, passando per sanità, incarichi pubblici e amicizie pericolose: l’intreccio tra parentele, clientele e potere che continua a soffocare la Sicilia.
In Sicilia non è più soltanto una questione culturale. È un sistema di potere. Un metodo consolidato che troppo spesso sostituisce il merito con la parentela, la competenza con l’appartenenza e l’interesse pubblico con quello privato.
La parola giusta oggi è una sola: parentopoli.
Un fenomeno che non riguarda soltanto la politica ma che sembra aver colonizzato la macchina amministrativa regionale. Un sistema dove incarichi, posizioni, opportunità pubbliche sembrano gravitare attorno alle famiglie, agli stessi circuiti relazionali e agli stessi gruppi di potere.
In teoria la pubblica amministrazione dovrebbe funzionare secondo criteri di trasparenza, merito e imparzialità. In pratica, in Sicilia, sembra spesso prevalere un altro principio, quello della parentela e dell’affiliazione. Non è una tesi polemica. È cronaca.
Negli ultimi mesi una serie di vicende giudiziarie e giornalistiche ha riportato al centro del dibattito pubblico un sistema che sembra seguire sempre lo stesso schema, amici che assumono amici, dirigenti che favoriscono familiari, incarichi pubblici distribuiti secondo logiche di appartenenza.
Il caso che ha coinvolto Totò Cuffaro e il suo entourage politico è stato emblematico. Le polemiche sulle assunzioni clientelari nella SAS e le vicende che hanno riguardato il farmacista Mauro Pantò e il funzionario regionale Giacomo Scala hanno riacceso i riflettori su un metodo di gestione del potere che molti pensavano appartenesse al passato.
Lo scandalo che ha investito il CIAPI di Priolo Gargallo, con le accuse di assunzioni pilotate, è apparso a molti osservatori come la conferma di una triste costante, in Sicilia parentopoli non è un incidente di percorso ma un metodo di governo.
Un sistema che, nonostante le dichiarazioni indignate di alcuni dirigenti politici, continua a funzionare come una vera catena di affiliazione.
Se il cuffarismo ha rappresentato per anni il paradigma del potere clientelare, le vicende più recenti suggeriscono che il fenomeno abbia ormai superato quel modello.
L’inchiesta che coinvolge il super burocrate Salvatore Iacolino rischia infatti di diventare il simbolo di una nuova fase, quella della parentopoli burocratica strutturata, dove l’intreccio tra incarichi pubblici, interessi privati e relazioni personali appare ancora più sofisticato.
Iacolino, uno dei dirigenti più potenti della macchina amministrativa regionale, era già finito al centro di polemiche per una serie di circostanze difficili da ignorare.
Tra queste, l’assunzione di un familiare presso una delle società del Tigano Group, uno dei principali operatori della sanità privata accreditata in Sicilia e la concessione di 40 posti letto di riabilitazione alla stessa struttura sanitaria, che secondo l’ex presidente della commissione Sanità dell’ARS Margherita La Rocca Ruvolo sarebbe stata illegittima; oltre al comando della figlia Giorgia Iacolino presso il DASOE come esperta per il PNRR, peraltro in modalità smart working.
Una sequenza di incarichi e coincidenze che, secondo molti osservatori, rappresenterebbe l’esempio più evidente di conflitto di interessi dentro la sanità regionale. Eppure, nonostante le norme previste dal PIAO e dalle leggi anticorruzione, nessuno ai vertici della Regione sembra essersene accorto. Né la presidenza della Regione guidata da Renato Schifani, né il Dipartimento della Funzione Pubblica.
Il paradosso è che lo stesso Iacolino, in alcune occasioni, ha riconosciuto la possibile esistenza di conflitti di interesse, tanto da essere sostituito in alcuni procedimenti dall’Avvocato Generale della Regione, Giovanni Bologna. Un meccanismo che avrebbe dovuto garantire imparzialità.
Invece proprio Bologna è finito a sua volta al centro di polemiche nel marzo 2025, quando è emersa la vicenda della nomina della moglie, presso il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana.
Un caso che ha alimentato nuove accuse di parentopoli istituzionale. Accuse rimaste, anche in questo caso, sostanzialmente senza conseguenze.
A vigilare sull’applicazione delle norme sul conflitto di interessi nella Regione Siciliana è stata per anni una figura centrale della macchina amministrativa, la dirigente Carmen Madonia, a lungo a capo del Dipartimento della Funzione Pubblica. La Madonia è nota per la sua rigidità nei confronti dei dipendenti regionali accusati di potenziali incompatibilità. Una severità spesso esercitata con grande zelo verso funzionari di medio livello. Molto meno, secondo diversi osservatori, verso i vertici della super burocrazia regionale. Anche in questo caso emergono coincidenze difficili da ignorare, la sorella della dirigente, Florinda Madonia, risulta incaricata come esperta PNRR presso il Dipartimento Regionale dell’Ambiente. Ma è sicuramente un caso fortuito.
Lo stesso dipartimento diretto dall’architetto Calogero Beringheli, che esercita la vigilanza sull’ARPA Sicilia. Un controllo che appare quantomeno problematico se si considera che il figlio del direttore generale, Gino Beringheli, ricopre ruoli dirigenziali proprio all’interno dell’ARPA. Un intreccio di rapporti familiari che solleva interrogativi, dubbi, sulla reale indipendenza dei controlli.
Ma è un altro elemento dell’inchiesta su Iacolino a sollevare le preoccupazioni più gravi. Secondo quanto emerso, il dirigente regionale avrebbe intrattenuto rapporti con l’imprenditore di Favara Carmelo Vetro, figura descritta dagli investigatori come vicina ad ambienti mafiosi e massonici. Vetro sarebbe stato presentato da Iacolino a diversi dirigenti regionali, tra cui il capo della Protezione Civile Salvo Cocina, con l’obiettivo di facilitare affidamenti e relazioni istituzionali. Il dirigente si difende sostenendo di non essere stato a conoscenza del passato giudiziario dell’imprenditore.
Una versione che lascia molti perplessi, considerando che Vetro avrebbe una storia penale tutt’altro che irrilevante.
Altrettanto controversa è la spiegazione fornita da Iacolino sui 90 mila euro in contanti trovati nella sua abitazione, risparmi accumulati attraverso prelievi bancomat nel tempo. Una versione che inevitabilmente sarà la magistratura a valutare.
Per anni la cosiddetta questione morale è stata evocata soprattutto per la politica. Oggi sembra riguardare sempre di più la burocrazia. Una super burocrazia regionale che in molti casi appare impermeabile alle regole che dovrebbe applicare e controllare. Una casta amministrativa capace di influenzare decisioni su sanità, ambiente, appalti e gestione delle risorse pubbliche. Decisioni che riguardano la vita quotidiana di milioni di siciliani. Eppure troppo spesso prese dentro un sistema chiuso di relazioni personali, protezioni reciproche e parentopoli.
Il problema non è il singolo scandalo. Il problema è il sistema che rende possibili quegli scandali. Un sistema in cui politica e burocrazia sembrano muoversi dentro una rete di relazioni che sfugge ai principi di trasparenza e meritocrazia. Per questo è arrivato il momento di accendere i riflettori su ogni zona d’ombra della macchina regionale. Raccontare come vengono assegnati gli incarichi. Chi favorisce chi. Chi controlla davvero i controllori. Perché la Sicilia non può più permettersi una pubblica amministrazione distratta da affari di famiglia mentre dovrebbe occuparsi dell’interesse dei cittadini.
E perché, se parentopoli continuerà a dominare il potere regionale, il merito resterà sempre un ospite indesiderato. Così come succede anche negli enti controllati (CEFPAS) dove trovano accoglienza anche le mogli di deputati regionali.
La Sicilia delle parentele. Mogli, mariti, figli, nipoti, cognati, ex deputati trombati, ex aspiranti trombati, trombati preventivamente
La Sicilia delle parentele. Mogli, mariti, figli, nipoti, cognati, ex deputati trombati, ex aspiranti trombati, trombati preventivamente