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Politica

Paternò allo specchio, tra caos politico e domanda di visione. La Città non ha più alibi. E non è uno slogan, è un dato di fatto.

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Nelle ultime settimane, il dibattito a Paternò ha quasi smesso di essere ipocrita. I temi emersi raccontano una città che non può più nascondersi dietro ambiguità e rendite di posizione.

Da un lato, c’è la fotografia impietosa di una politica confusa e contraddittoria.  Dall’altro lato, emerge un attacco più radicale al sistema, come nel caso dell’intervento di Mariabarbara Benfatto. Qui il punto è ancora più profondo, non si critica solo la politica, ma l’intero impianto di relazioni, silenzi e dinamiche di potere che negli anni ha prodotto immobilismo e sfiducia.

Le parole di Pannitteri, in un intervento a Radio Paternò, ha portato qualcuno a definirla “sinistrorsa bipolare”, è una provocazione, ma non solo, è la sintesi di un campo progressista incapace di scegliere una linea, oscillante tra identità e opportunismo, tra opposizione e ricerca di collocazione. Capace di gettare l’acqua sporca col bambino pur di ostacolare il proprio avversario interno che mirerebbe ad una leadership del nulla. Ma capace anche di rinverdire le recenti e passate interconnessioni, del PD col nasismo di governo, oggi con i propri “accessori” partecipativi. Cosa non si fa pur di andare al governo.

Chi pensa di poter tornare in campo con una mano di vernice fresca sopra vecchie pratiche ha già perso in partenza. Non è più tempo di restaurazione, è tempo di rottura. E la rottura non è uno slogan, significa azzerare metodi, relazioni opache, filiere di consenso costruite sul favore e non sul merito. Significa interrompere definitivamente quei circuiti che hanno prodotto il disastro. E questo vale per tutti.

E mentre la politica discute e si accusa, la città reale prova, timidamente, a rimettersi in moto. Il confronto sul PUG promosso da Confartigianato, per il 23 di questo mese, introduce finalmente una parola che mancava, visione. Non gestione dell’esistente, ma idea di città. Sviluppo, urbanistica, prospettiva, condivisione. Cosa che finora è complessivamente mancata alla nuova amministrazione commissariale, la visione verso dove deve andare la città, oggi sciolta per mafia.

Visione che introduce il nodo più scomodo. Rinnovare o conservare? È questa la domanda vera, brutale. E non riguarda solo la scelta di una nuova classe dirigente, ma un’intera comunità che troppo spesso ha preferito adattarsi piuttosto che scegliere.

La verità è che oggi Paternò non è divisa tra destra e sinistra. È divisa tra chi vuole cambiare davvero, rompendo equilibri e rendite e chi vuole riciclare il passato, magari con parole nuove, sotto mentite spoglie.

Il referendum ha solo accelerato questo processo, ha mostrato crepe, fragilità, ma anche una domanda latente di chiarezza. Paternò non ha più alibi. Non può più permettersi ambiguità politiche, opposizioni finte e visioni a metà del guado.

Oggi a Paternò si muove un doppio livello. In superficie, il solito trasformismo, stessi protagonisti, nuovi simboli, nuove narrazioni. Sotto, invece, qualcosa di più interessante, energie nuove che cercano spazio, che rifiutano le vecchie logiche e che chiedono una politica diversa, più pulita, più leggibile. La partita si gioca qui.

E come una società carbonara del risorgimento, inizia ad emergere con autorevolezza , per adesso solo una sigla buttata là, ma…

Ce la si farà  a costruire una nuova idea di città, oppure si continuerà a girare su se stessi, cambiando nomi ma non sostanza. E questa volta, la responsabilità non sarà solo della politica. Sarà di tutti. Sarà di una comunità che troppo spesso ha scelto il silenzio, la convenienza, l’adattamento. Che ha criticato a bassa voce e tollerato ad alta intensità. Che si è indignata a fasi alterne, salvo poi accettare lo stesso schema, gli stessi volti, le stesse logiche.

 

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