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Paternò, cambia capitolo: dal Kaos all’impegno condiviso

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Riscontriamo un interessante articolo di Francesco Finocchiaro al quale vorremmo dedicare, come approccio critico, alcune note per tre paragrafi che riteniamo più pregnanti di attenzione:

«Un enfant prodige, una guida, un visionario. Un testimone etico e professionale. Uomo o donna, a questo punto importa poco. Conoscitore del passato, della storia, ma con lo sguardo rivolto al futuro, consapevole della drammaticità del presente, attento ai bisogni di questa comunità e di tutte le sue parti e scaltro. Non solo una brava persona ma un protagonista che discerne e separa, che risolve le contraddizioni culturali, sociali ed economiche del nostro tempo, in questo territorio. Uomo o donna non importa ma certamente deve essere un soggetto politico che rompe con i cordoni maleodoranti del passato e si connette virtuosamente con la cosmologia politica, oltre le appartenenze. Ma soprattutto con il talento dell’ascolto, verso ogni voce della città. Quelle del popolo semplice e dell’élite culturale e imprenditoriale».

Il testo costruisce la figura di un leader ideale attraverso una retorica fortemente evocativa ma strutturalmente fragile. L’accumulo di qualificazioni, “enfant prodige”, “visionario”, “testimone etico”, “scaltro”, “protagonista che discerne e separa”, produce un effetto di iperbole salvifica, non un amministratore o un rappresentante politico, ma una sorta di figura messianica, capace di risolvere contraddizioni culturali, sociali ed economiche.

«Il pericolo più grande sono gli sciacalli, quelli che oggi strisciano in silenzio, aspettando che la preda muoia da sola, per fame e sete. Organismi mascherati di bellezza e legalità che hanno attinto a piene mani nella pozzanghera avvelenata, sorridendo e cantando. Quelli che hanno fatto silenzio per ogni cosa, per paura di perdere un ramo, una foglia, una ghianda. Adesso, appostati dietro la siepe sperano di sfruttare la fragilità di quella politica che si era persa nella morsa dell’immodificabilità delle cose, del nulla cambierà».

L’insistenza metaforica sostituisce l’analisi, il lettore percepisce un nemico, ma può non comprende fino in fondo natura, responsabilità e meccanismi di azione. La denuncia resta suggestiva, ma deve essere sostituita, o meglio integrata, con una robusta dose di real politik, con nomi, fatti e circostanze.

«Uno dei grandi limiti della passata stagione politica – finita vergognosamente – è stata la mancanza di una visione e di pianificazione, a medio e lungo termine, insieme alla poca professionalità delle azioni, spesso prive di logica strategica. Un atlante di piccole azioni sconnesse e spesso mai portate a termine, coltivate e sostenute da tanti attori consapevoli, poche volte inconsapevoli. Basta. Voltiamo pagina, bisogna ripartire dal saper fare, ripartire per non morire».

La critica alla mancanza di programmazione e alla frammentarietà dell’azione politica è fondata. L’immagine dell’“atlante di piccole azioni sconnesse” è efficace e restituisce bene l’idea di una politica episodica, reattiva, mai strutturata. Il brano è più efficace come atto d’accusa che serve per una rifondazione politica. Individua correttamente il fallimento della stagione precedente, ma basta per un passo decisivo? Trasformare la denuncia in metodo di lavoro da cui partire. Senza una definizione chiara di visione, pianificazione e “saper fare”, il rischio è che il richiamo ad aprire un nuovo capitolo, che non può solo rimanere un gesto simbolico, dialettico. È questo il pericolo che incombe, da evitare, affinché il nuovo non inizi con le stesse fragilità del vecchio. 

«Bisogna uscire dai silenzi tattici, dai calcoli egoistici, dai pregiudizi ideologici, dalle Sirene, dai tanti Mangiafuoco che circolano per strada e dal Gatto e la Volpe. La soluzione non cresce sull’albero».

Questo finale ci rassicura, scende tra i mortali, definendo meglio gli scenari. Il ricorso alle figure di Mangiafuoco, delle Sirene, del Gatto e la Volpe funziona come traduzione popolare del conflitto politico che tenta di resistere alla ramazza. Questi non sono mostri mitologici, ma seduttori, manipolatori, mediatori interessati. Chi sono, oggi, le Sirene? In che modo agiscono i “Mangiafuoco”? Come si manifestano, concretamente, i silenzi tattici e i calcoli egoistici? Senza questa specificazione, il rischio è che il lettore si senta moralmente orientato, ma politicamente disarmato.“La soluzione non cresce sull’albero” – è il punto più riuscito: spezza ogni illusione di automatismo, nega l’idea della soluzione facile, riporta la politica alla fatica della costruzione. Ma proprio per questo chiede un passo ulteriore che il testo non compie: se la soluzione non è data, va cercata, costruita, governata. In conclusione, il finale matura il discorso, lo rende più terreno e meno messianico, ma bisogna chiarire in modo elementare e fino in fondo gli scenari, che qui l’autore li delimita per sottrazione (ciò che non serve, ciò che va evitato). È un buon atterraggio, ma non ancora una mappa.

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