
Il referendum sulla giustizia, a Paternò, ha avuto almeno un merito, ha mostrato la reale consistenza politica del centrodestra della sua sedicente classe dirigente localistica. Non solo nei numeri, impietosi, ma anche nella credibilità perduta. Perché una coalizione che pretende di governare la città, enti e sottogoverno, non è riuscita a trascinare il proprio elettorato su una battaglia che avrebbe dovuto sentire come identitaria. Una autentica diserzione.
Hanno votato meno di uno su due. E tra quelli che si sono mossi, il No ha prevalso nettamente, arrivando a raddoppiare il Sì. È stato un fallimento di partecipazione, ma soprattutto di persuasione. Il centrodestra, maggioritario in città, non è riuscito a spiegare la riforma e, in molti casi, non ha nemmeno dato l’impressione di volerci provare.
Proprio a Paternò il centrodestra ha mostrato il suo limite più serio, l’incapacità di trasformare il consenso in autorevolezza. Puoi anche presidiare il territorio, ma se non riesci a mobilitare il tuo mondo su un referendum strategico significa che quel radicamento è molto più fragile di quanto sembri.
Lo dimostra proprio Paternò, comune simbolo di questo di potere, qui il No ha superato il 61 per cento. Un dato che pesa ancora di più perché riguarda un’area che avrebbe dovuto rappresentare una riserva naturale di consenso per il centrodestra, come ci ha insegnato la storia di decenni.
E invece è arrivato un segnale di distacco della gente. Lo scioglimento del comune, gli imbarazzi degli ultimi mesi, le accuse di complicità con la passata amministrazione, una opposizione finta che non riesce a presentare la mozione di sfiducia a un sindaco imputato, hanno pesato eccome. “Su tutti i stissi” ha sentenziato il cittadino. E ha votato NO proprio per questo.
E quando il cittadino si accorge che manca il cambio di passo, ma c’è troppa attenzione per le poltrone e per la lotteria sul candidato sindaco, ha affermato dentro le urne, che si è smarrito il primato della politica. “Abbiamo chiesto che si occupino meno di questioni da retrobottega, di posti di governo e di destini personali, ma più di problemi che attanagliano la città, con le azioni non a parole”, ci dice un autorevole esponente della cosiddetta società civile.Il referendum, allora, diventa una radiografia. In questi anni la politica non si è mossa sul terreno delle riforme, ma su quello molto più rassicurante della convenienza. Ha costruito un rapporto con gli elettori fondato più sull’intermediazione che sulla visione, più sulla gestione delle relazioni che sulla capacità di spiegare e sostenere un cambiamento.
Di chi le responsabilità? Certamente dei dirigenti locali, che se avessero un rigurgito di dignità dovrebbero andare a casa.
Ma questo schema non riguarda solo il centrodestra. Riguarda l’intero sistema politico. Anche un centrosinistra che a Paternò è spesso diviso, litigioso, incapace di costruire una proposta alternativa credibile e che oggi festeggia in piazza una vittoria che, a ben vedere, non è affatto sua. Perché il risultato referendario non è il trionfo di un campo politico sull’altro. Non è la vittoria di un progetto. È piuttosto il segnale di una distanza crescente tra cittadini e partiti.
Il centrosinistra esulta in piazza come se si trattasse di una propria affermazione, ciò significa non aver compreso fino in fondo la natura di questo voto. Le urne non hanno premiato qualcuno. Hanno semmai fotografato un disagio diffuso verso una politica che, da anni, preferisce consumarsi, nelle piccole convenienze tattiche, invece di assumersi il rischio di guidare il Paese su riforme vere.

In questo senso il referendum non segna affatto una vittoria del centrosinistra, ma l’ennesima dimostrazione di una politica che, da destra a sinistra, sembra aver smarrito la sua funzione più alta, quella di spiegare le scelte difficili e accompagnare i cittadini dentro i cambiamenti, invece di limitarsi a inseguire l’umore del momento.
Dentro questo quadro l’analisi politica seria da fare non è il risultato del referendum. È che questi politicanti locali, non riescono ad governare gli equilibri, di non volere produrre cambiamento. Le urne hanno restituito l’immagine di una coalizione di centrodestra forte, ma debole nella politica, e quella di centrosinistra autoreferenziale e inadeguata quando si tratta di chiedere consenso su un’idea di sistema.
Alla fine questo referendum non ha incoronato vincitori. Ha solo mostrato una verità scomoda, la politica cittadina mobilita facilmente, non il centrosinistra come è stato ampiamente dimostrato nel recente passato, quando c’è da distribuire poltrone, molto meno quando c’è da spiegare una riforma. E finché resterà prigioniera di questa logica, continuerà a perdere terreno proprio dove dovrebbe essere più forte, nella fiducia dei cittadini, aspettando il messia. Ma non finisce qui!