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Processo all’inquisitore: quando l’accusa diventa spettacolo e l’assoluzione arriva nel silenzio

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Il dibattito sulle indagini guidate da Nicola Gratteri torna ciclicamente: maxi-operazioni, arresti clamorosi, titoli roboanti. Poi, a distanza di anni, arrivano le sentenze e in troppi casi emergono assoluzioni, ridimensionamenti, crolli di interi impianti accusatori. È qui che si apre la frattura tra inquisizione mediatica e giustizia.

Chi paga, nel frattempo, il prezzo delle manette, della gogna pubblica, delle carriere spezzate e delle vite travolte? La risposta, spesso, è scomoda, nessuno. L’assoluzione restituisce la libertà giuridica, ma non cancella il marchio sociale, né ricostruisce la reputazione distrutta.

C’è un copione che si ripete con inquietante regolarità: conferenze stampa trionfali, retate all’alba, titoli a caratteri cubitali. Poi passano gli anni, arrivano le sentenze e, troppo spesso, il castello accusatorio si sgonfia. Restano le assoluzioni, ma soprattutto restano le macerie: vite rovinate, carriere distrutte, reputazioni marchiate per sempre.

Il caso delle inchieste legate al nome di Nicola Gratteri riapre una questione più ampia e strutturale, l’atteggiamento di alcune procure che, forti della sostanziale immunità rispetto agli errori investigativi, agiscono come inquisitori moderni. Non è una provocazione, è una constatazione politica e giudiziaria, l’accusa lancia il sasso, l’imputato resta anni sotto processo mediatico, e quando arriva il ridimensionamento delle accuse non c’è alcun contrappeso reale, né responsabilità personale, né risarcimento morale proporzionato al danno subito.

Il problema non è la lotta alla criminalità, sacrosanta e necessaria, ma il metodo. Quando l’arresto diventa l’inizio della narrazione pubblica di colpevolezza, si capovolge il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Si costruiscono mostri processuali che fanno rumore nelle prime pagine e si dissolvono nelle aule di tribunale, senza che nessuno paghi per gli errori.

Questa asimmetria genera un cortocircuito pericoloso, l’azione penale, invece di essere prudente e granitica, rischia di trasformarsi in una scommessa reputazionale a costo zero per chi indaga e a costo altissimo per chi viene indagato. È qui che nasce la percezione di una magistratura “inquisitoria”: non perché persegua reati, ma perché spesso procede con la forza dell’ipotesi, sapendo che l’eventuale fallimento processuale non produrrà conseguenze personali.

Uno Stato di diritto maturo non può permettersi questa distorsione. Se l’errore investigativo non comporta mai responsabilità, il rischio è che l’inchiesta diventi strumento di pressione, e non rigorosa ricerca della verità. E quando la giustizia appare sbilanciata, l’effetto più devastante non è l’assoluzione tardiva, è la perdita di fiducia dei cittadini, che iniziano a temere l’indagine più della condanna.

Perché una democrazia solida non teme le procure forti, ma pretende procure responsabili. Senza responsabilità, la forza dell’accusa scivola pericolosamente verso l’arbitrio. E l’arbitrio, in uno Stato di diritto, non può mai essere tollerato — nemmeno quando si presenta con le insegne della legalità.

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