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REFERENDUM GIUSTIZIA: FATTI E TESTIMONIANZE

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Le parole riportate nel post di Ermes Antonucci, tratte da audio pubblicati da Il Foglio, scuotono alle fondamenta il rapporto di fiducia tra cittadini e giustizia. Nel loro contenuto e nel contesto processuale, descrivono un metodo investigativo che appare incompatibile con i principi cardine dello Stato di diritto, libertà della testimonianza, divieto di coazioni e rispetto della dignità della persona sottoposta ad interrogatorio. Le frasi citate, tra allusioni al carcere, pressioni sulle condizioni personali e minacce di esclusione dagli appalti, evocano un modello inquisitorio che la nostra Costituzione ha esplicitamente superato. Il testimone non è un imputato da piegare, ma un soggetto da tutelare. Quando l’interrogatorio diventa un terreno di pressione psicologica, il rischio non è solo etico: è processuale. Dichiarazioni rese sotto intimidazione possono essere inutilizzabili e, soprattutto, inquinano l’accertamento della verità, trasformando la ricerca delle prove in una costruzione forzata dell’accusa.

Il nodo più inquietante, tuttavia, riguarda il “dopo”. Secondo quanto riportato, i pm coinvolti, Alessandro Pesce e Michele Ruggiero, sarebbero stati condannati in via definitiva per violenza privata ai danni dei testimoni e successivamente destinatari di provvedimenti del Consiglio Superiore della Magistratura che ne avrebbero comunque consentito la prosecuzione dell’attività giudiziaria. Qui la questione si fa istituzionale, non basta la sanzione formale, serve una riflessione sulla credibilità complessiva dell’ordine giudiziario.

La magistratura vive di autorevolezza, non solo di potere. E l’autorevolezza si fonda sulla percezione di imparzialità e rigore etico. Se un magistrato viene ritenuto responsabile di aver esercitato pressioni indebite sui testimoni, il problema non è solo disciplinare ma simbolico, può continuare a rappresentare lo Stato nell’esercizio dell’azione penale o della funzione giudicante senza che ciò alimenti un’ombra di sospetto sulle decisioni future?

Il punto non è indulgere a facili pulsioni anti-magistratura, né trasformare singoli episodi in un processo sommario all’intera categoria. Sarebbe ingiusto e miope. Ma ignorare il tema sarebbe peggio. Perché casi del genere, quando verificati nelle sedi competenti, non sono “incidenti di percorso”, mettono in discussione la qualità delle garanzie che lo Stato offre proprio quando esercita il massimo potere, quello di limitare la libertà personale.

La domanda finale non è polemica, è istituzionale, può il giudice, GIP, che presiede e controlla le indagini non essere terzo nel giudizio ovvero continuare ad essere collega, magari della stessa corrente, dei PM?  Quale soglia di responsabilità disciplinare deve valere per chi esercita la funzione requirente o giudicante? Se la risposta resta ambigua, il rischio è che l’opinione pubblica percepisca un doppio binario di responsabilità tra cittadini e magistrati. Ed è una percezione che la giustizia non può permettersi di alimentare.

Ecco gli audio incriminati, che vergogna:

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