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REFERENDUM GIUSTIZIA, “IL MIO CANTO LIBERO”, UNA BATTAGLIA PER LA LIBERTÀ

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Ecco perché in un rigurgito di libertà e senza timore alcuni magistrati liberi da condizionamenti e che hanno conosciuto dall’interno lo strapotere correntizio corporativo, i ricatti,  il mercato delle vacche, che condiziona, assedia, rende dipendenti giudici e magistrati e che li allontana da una giustizia giusta a danno del cittadino, sacrificata dai giochi di potere al loro interno, non ci sta e decide di manifestare. Non tutti sono uguali, ma contro  quei privilegi di casta, che devono essere messi al loro posto.

L’appello di alcuni magistrati a votare “Sì” al referendum sulla riforma della giustizia è, prima ancora che un atto politico, un fatto simbolico potente, rompe definitivamente la narrazione di una magistratura contraria alla riforma e la colloca dentro lo scontro pubblico.

Ed è proprio qui il nodo. Il voto del 22-23 marzo 2026 riguarda la riforma costituzionale che introduce, tra l’altro, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e una nuova architettura del CSM. La riforma è sottoposta a referendum confermativo dopo l’approvazione parlamentare del 2025.

È dunque uno scontro istituzionale vero, non un semplice dibattito tecnico, riguarda l’equilibrio tra poteri dello Stato che ha visto l’invasione di campo della magistratura a danno dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, come previsto dalla Costituzione.

Il problema è politico-istituzionale. Quando magistrati scendono in campo come corporazione (ANM) e invitano esplicitamente a votare “No”, compiono una scelta legittima come cittadini, ma politicamente esplosiva come rappresentanti di un potere dello Stato. Perché? Perché quella magistratura non è un attore neutro nel referendum, è il soggetto direttamente inciso dalla riforma. In altre parole, è parte in causa. E quando la “parte” fa campagna elettorale per un esito che la riguarda, il rischio di cortocircuito istituzionale è evidente.

Non è questione di libertà d’opinione, che resta sacrosanta, ma di opportunità istituzionale. Un magistrato non è un commentatore qualsiasi, specialmente quando esercita ciò, proprio come corporazione, esercita una funzione costituzionale che richiede percezione di terzietà. L’appello pubblico corporativo incrina proprio quella percezione.

Il punto che molti fingono di ignorare è che chi difende l’appello per il NO, a volte minaccioso, lo presenta come una presa di posizione “per la giustizia”. Ma questa è una semplificazione retorica. In realtà è una presa di posizione su un assetto di potere. Separare le carriere significa ridefinire l’equilibrio tra pubblico ministero e giudice, e quindi tra accusa e giudizio.

Che dei magistrati sostengano una linea conservatrice dei propri privilegi è scandaloso, che lo facciano in forma militante,  perché conferma l’idea di una magistratura che si percepisce come soggetto politico, solo di sinistra, nel dibattito pubblico. Ed è esattamente la critica che da anni viene sollevata, non un potere “che applica la legge”, ma un potere che interviene nella contesa politica. Un effetto boomerang. Paradossalmente, l’appello potrebbe produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Quando i magistrati, in maniera corporativa, entrano direttamente nella campagna referendaria, rafforzano la narrazione di chi sostiene che la riforma serva proprio a limitare il peso politico delle correnti giudiziarie. Non indeboliscono la riforma, ne legittimano la ratio agli occhi di una parte dell’opinione pubblica.

La questione di fondo, Il punto non è se votare Sì o No. Il punto è un altro, un potere dello Stato può fare campagna per difendere o modificare l’assetto che lo riguarda direttamente? Può questo stesso potere divenuto invasivo nella scena pubblica contestare una legge che invece dovrebbe applicare nel concreto? Formalmente sì. Istituzionalmente è un terreno scivoloso.

Perché la fiducia nella giustizia non dipende solo dall’indipendenza reale, che viene confermata dalla riforma, ma anche dalla sua apparenza. E l’immagine di magistrati schierati in una campagna referendaria, rischia di trasformare un dibattito costituzionale in uno scontro corporativo.

L’appello non è illegittimo, ma è politicamente improprio. E soprattutto è rivelatore. Mostra che la partita non è giuridica, è una partita di potere. E, piaccia o no, questo referendum è destinato a essere letto esattamente così dagli elettori.

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