
C’è un limite che non dovrebbe mai essere superato. A Paternò quel limite è stato oltrepassato. Lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, atto gravissimo, eccezionale, fondato su una relazione ministeriale dettagliata, non viene contestato nel merito, ma trasformato in un atto di persecuzione, in una macchinazione orchestrata contro un’amministrazione che si autoproclama irreprensibile. È questa la linea scelta dall’ex sindaco Naso, non la confutazione puntuale dei fatti, ma l’attacco frontale alle istituzioni dello Stato Nel mirino finiscono tutti, gli inquirenti, la Commissione d’accesso, il Prefetto, il Ministro dell’Interno Piantedosi, perfino il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un crescendo che non ha più nulla di politico ma eversivo sul piano culturale.
Qui non siamo davanti a una normale dialettica democratica. Qui siamo davanti a un messaggio pericoloso: Se lo Stato interviene, è lo Stato il problema. È una narrazione tossica, tipica di chi confonde la responsabilità politica con l’innocenza penale (che sarà valutata nel processo per mafia che inizierà il 31 marzo prossimo) e pretende di governare senza rispondere delle conseguenze.
La relazione che accompagna il decreto di scioglimento non parla per suggestioni. Parla di sistemi, di prassi amministrative deformate, di anomalie reiterate, di documenti, di un contesto nel quale la legalità non è un presidio ma è variabile, di un comune condizionato dalla criminalità. Non serve una sentenza per capire che un’amministrazione è diventata inaffidabile. E lo Stato non è tenuto ad aspettare il collasso definitivo.
Chi sostiene che lo scioglimento sia “arbitrario” insulta l’intelligenza dei cittadini. Chi dice che “non ci sono condanne” finge di non sapere che lo scioglimento non è un processo penale. Chi grida al complotto mente sapendo di mentire. Lo Stato non scioglie un Comune per antipatia. Lo scioglie quando ritiene che la democrazia locale non sia più in grado di difendersi da sola.
E c’è un passaggio della relazione che pesa come una sentenza, la descrizione di un’amministrazione incapace di garantire trasparenza, imparzialità, rispetto delle regole, con zone grigie divenute normalità.
Eppure, invece di una riflessione seria, arriva lo spettacolo dei social, post indignati, accuse generiche, vittimismo, la solita litania del “non ci sono condanne”. Come se la mafia oggi bussasse con la coppola in testa e la pistola sul tavolo. Come se non fosse proprio questa zona grigia, questa normalizzazione dell’opacità, il terreno su cui prosperano i sistemi criminali.
Ma c’è un punto ancora più grave. Quando un ex sindaco chiama in causa anche il Presidente della Repubblica, che quel decreto ha firmato nel pieno delle sue prerogative costituzionali, non sta difendendo se stesso, cerca di delegittimare l’architettura costituzionale che regge il Paese. Sta dicendo ai cittadini che le istituzioni non sono arbitri, ma nemici. Sta alimentando una sfiducia che non libera, ma consegna i territori più fragili al caos e al rancore. Così tenta di arrivare alla santificazione (“Sopra di me solo Gesù Cristo”).
Paternò non è stata sciolta per un’opinione. È stata sciolta perché lo Stato ha ritenuto che la democrazia locale fosse compromessa. E allora la domanda vera non è perché lo Stato sia intervenuto. La domanda vera è perché quella classe dirigente, ex sindaco in testa, reagisce sempre allo stesso modo, negando, urlando, attaccando, insultando, senza mai assumersi una sola responsabilità politica.
Chi governa male non chiede scusa, accusa. Chi perde la “fascia” non fa autocritica, delegittima. Chi viene rimosso per mafia non si interroga grida al complotto. Questo schema lo conosciamo. Ed è proprio questo schema che lo scioglimento per mafia tenta, faticosamente, forse imperfettamente, di spezzare.
Attaccare le istituzioni serve a una cosa sola, spostare l’attenzione dai fatti alle emozioni, dalle responsabilità ai nemici immaginari, dalla verità al rumore. Ma il decreto resta. La relazione resta. E resterà negli archivi dello Stato molto più a lungo di qualsiasi indignazione digitale.
Paternò non è vittima dello Stato. Paternò è vittima di una politica che non ha saputo, o voluto alzare gli anticorpi. Di avere nominato un assessore, così come si afferma nella relazione ministeriale, espressione diretta dei clan.
Chi oggi urla contro Roma, contro il Viminale, contro il Quirinale, dovrebbe rispondere a una sola domanda, semplice e brutale: se tutto era limpido, perché lo Stato ha dovuto intervenire? Finché a questa domanda non arriverà una risposta basata sugli atti, non sui post, ogni attacco alle istituzioni sarà un’autoaccusa implicita.
Paternò oggi non ha bisogno di sindaci imputati per scambio con la mafia. Ha bisogno di verità, discontinuità e coraggio. E soprattutto ha bisogno che qualcuno dica, senza paura, una cosa semplice e scomoda, se lo Stato ha sciolto il Comune, il problema non è lo Stato.
PATERNO: SCIOGLIMENTO E VELENI, LA RELAZIONE MINISTERIALE, LE ACCUSE
