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PATERNÒ, PER NON DIMENTICARE I CASI NASCOSTI SOTTO IL TAPPETO

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Paternò, lavori pubblici e parole pesanti: quando la trasparenza si ferma solo agli slogan

Le dichiarazioni rese in aula consiliare dall’ex assessore Torrisi non sono state una semplice esternazione politica. Sono, per il loro contenuto, affermazioni gravi che chiamano in causa il funzionamento stesso della macchina amministrativa del Comune di Paternò. Quella macchina amministrativa oggetto di puntuali note, contenute nelle relazioni dello scioglimento per mafia del comune di Paternò

«Non è possibile che a Paternò vi siano lavori pubblici che non vengono completati o che vengono incrementati da importi non dovuti. Non è possibile che i rapporti fra l’amministrazione comunale e i funzionari siano impostati sul volemose bene».
Parole pronunciate in pieno Consiglio comunale, dunque in una sede istituzionale, non in una conversazione privata, in un comizio o al bar.

Ora il punto è uno solo, ed è giuridico prima ancora che politico, se un assessore, dell’epoca, con delega alla trasparenza, è a conoscenza di fatti che configurano irregolarità, abusi o addirittura ipotesi di reato, egli ha l’obbligo di denunciarli alle autorità competenti. Non è una facoltà. È un dovere, previsto dall’ordinamento, soprattutto per chi ricopre funzioni pubbliche.

Il resto, come correttamente ricordato dalla consigliera Mariabarbara Benfatto nel video pubblicato all’epoca del fatto, non è un dettaglio secondario ma il cuore della questione. Perché quelle frasi, così come sono state pronunciate, lasciano intendere l’esistenza di prassi distorte, di rapporti opachi tra amministratori, funzionari e imprese, di lavori pubblici gestiti in modo quantomeno anomalo.

Ed è qui che nasce il dubbio legittimo, che nessuno finora ha sciolto. Per quale motivo il già assessore alla trasparenza lancia una “bomba” nell’aula consiliare e poi non indica nomi, fatti, atti, circostanze precise e nasconde la mano? Chi lo ha zittito?
Perché non chiarisce se si tratta di episodi concreti, di segnalazioni ricevute, di verifiche effettuate o semplicemente di giudizi politici generici? Il silenzio sottolinea complicità.

Noi abbiamo fatto ciò che il giornalismo serio impone, abbiamo cercato più volte l’assessore, oggi rimosso per lo scioglimento del comune, a ridosso delle dichiarazioni, lo abbiamo chiamato, gli abbiamo scritto, offrendo la doverosa possibilità di replica e di chiarimento. Risultato? Nessuna risposta. Un silenzio che stride con il ruolo istituzionale che ha ricoperto e con la delega alla “trasparenza”, talmente trasparente da risultare irraggiungibile.

A oggi resta un dato incontestabile, nessuno ha mai chiarito cosa intendesse davvero affermare l’assessore Torrisi, né lui stesso, né l’amministrazione poi rimossa, né, finora, le autorità competenti. E questo non è un dettaglio marginale, perché dichiarazioni di questo tipo o si sostanziano con fatti e denunce, oppure restano sospese in un limbo pericoloso, oscuro, che alimenta sfiducia, sospetti e delegittimazione istituzionale, anche se ricomprese nelle relazioni allegate al decreto di scioglimento.

Il dubbio finale, inevitabile, resta sul tavolo, si è trattato di semplice incontinenza verbale, di uno sfogo mal calibrato, oppure di affermazioni consapevoli che chiamano in causa responsabilità precise? In entrambi i casi, il silenzio, anche oggi, non è più un’opzione accettabile. Oggi bisogna spazzare la sporcizia che c’è ancora sotto il tappeto.

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