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“Excusatio non petita, accusatio manifesta”: la diffida della Pro Loco e il corto circuito istituzionale

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La missiva diffusa dalla Pro Loco APS di Paternò, con cui si contestano i contenuti della relazione della Prefettura di Catania allegata al decreto del Presidente della Repubblica di scioglimento per mafia del Comune di Paternò, non è un semplice esercizio di tutela reputazionale. È un atto politicamente e istituzionalmente gravissimo. E va detto con chiarezza, senza infingimenti.

Quando un’associazione che ha avuto un ruolo gestionale rilevante nella organizzazione di eventi finanziati con risorse pubbliche arriva a diffidare gli organi di stampa dal commentare una relazione prefettizia, cioè un atto ufficiale dello Stato, posto a fondamento di un provvedimento estremo come lo scioglimento per mafia, si compie un salto di qualità inquietante, si tenta di spostare il terreno del confronto dalla verifica dei fatti documentali alla pressione preventiva sull’informazione. Questo non è accettabile in uno Stato di diritto.

La relazione prefettizia non è un’opinione, non è un editoriale, non è una ricostruzione giornalistica, è un atto istruttorio dello Stato, frutto di accessi, verifiche, audizioni e analisi documentali. Contestarlo è legittimo nelle sedi proprie, giudiziarie e amministrative. Diffidare la stampa dal commentarlo, invece, significa insinuare che il racconto pubblico dei contenuti di quell’atto debba essere silenziato o condizionato. È un’impostazione che rovescia i principi di trasparenza e responsabilità pubblica. Se vi sono documenti che smentiscono la relazione, come mai non sono sati resi pubblici, come mai questa reazione avviene dopo qualche mese?

E qui emerge tutta la fragilità dell’impostazione difensiva. La Pro Loco afferma di non aver organizzato la festa di Santa Barbara nel 2024 e di ritenere le conclusioni prefettizie “difformi rispetto alla realtà”. Ma, se davvero fosse così lineare e documentabile, non ci sarebbe bisogno di diffide alla stampa, basterebbe produrre atti, determine, convenzioni, affidamenti, cronoprogrammi e rendicontazioni che dimostrino, in modo inequivocabile, l’assenza di un ruolo gestionale. La sede naturale per questa dimostrazione non è il comunicato con toni intimidatori, ma il contraddittorio istituzionale e giudiziario.

Perché, in democrazia, la reputazione non si tutela chiedendo silenzio, si tutela con la trasparenza. La frase latina evocata — excusatio non petita, accusatio manifesta, calza perfettamente, una difesa così anticipata e perentoria, accompagnata da una diffida ai media, finisce per rafforzerebbe il sospetto che si voglia spostare l’attenzione dal merito delle contestazioni prefettizie alla delegittimazione di chi le analizza e le commenta.

C’è poi un profilo ancora più serio. La relazione prefettizia riguarda, per sua natura, la verifica di possibili condizionamenti e criticità nella gestione amministrativa e nell’impiego di risorse pubbliche. Non è materia privata. È materia di interesse pubblico primario. Pretendere che l’informazione rinunci a commentare un atto ufficiale che ha portato allo scioglimento di un ente locale significa negare il diritto dei cittadini a comprendere cosa non ha funzionato nella propria amministrazione.

Ed è proprio questo il punto politico decisivo, chi ha svolto funzioni organizzative e gestionali con fondi pubblici deve accettare un livello di scrutinio pubblico più elevato, non minore. È il prezzo, e insieme il dovere, di chi opera in una sfera che incrocia interessi collettivi, legalità amministrativa e fiducia istituzionale.

Le autorità faranno il loro corso, come giustamente invocato nella missiva. Ma il dibattito pubblico non può essere sospeso né intimidito. La stampa ha il diritto-dovere di analizzare atti ufficiali dello Stato, soprattutto quando essi fondano un provvedimento drastico come lo scioglimento per mafia di un comune.

Le diffide preventive rivolte all’informazione, lungi dal chiarire, producono l’effetto opposto, irrigidiscono le posizioni, alimentano dubbi e trasmettono l’idea di voler presidiare il racconto pubblico più che affrontare nel merito le contestazioni. È una scelta comunicativa che appare più difensiva che trasparente, più muscolare che istituzionale.

Se davvero la documentazione ufficiale dimostra una realtà diversa da quella descritta dalla relazione prefettizia, allora la via è una sola, esibirla integralmente, in modo pubblico e verificabile. Tutto il resto, soprattutto le diffide alla stampa, suona come un tentativo improprio di delimitare il perimetro del dibattito democratico. E questo, in una vicenda che riguarda la legalità amministrativa e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, è un errore grave.


Le responsabilità gestionali della Pro Loco: il nodo centrale indicato dalla relazione prefettizia

Se si legge con rigore il passaggio della relazione della Prefettura di Catania, emerge un punto preciso che non può essere attenuato: per le annualità 2023 e 2024 l’organizzazione della festa, con l’impiego delle somme disponibili, sarebbe stata integralmente demandata alla Pro Loco, con direttive impartite direttamente dall’Amministrazione e con gli uffici comunali relegati alla sola fase di rendicontazione finale.

Questo assetto, descritto nella relazione, pare non configuri una mera collaborazione esterna, ma una vera e propria centralità gestionale del soggetto associativo Pro Loco. In termini amministrativi, ciò significa che la Pro Loco avrebbe assunto, di fatto, compiti tipicamente pubblicistici: programmazione operativa degli interventi, selezione dei servizi, gestione delle risorse economiche e interlocuzione con i fornitori. Ed è proprio qui che, a parere degli ispettori prefettizi, si innesta il profilo più delicato di responsabilità.

Il tema è la gestione di risorse pubbliche e gli obblighi sostanziali, non solo formali. Quando un’associazione riceve e gestisce fondi pubblici per finalità istituzionali, non agisce come un soggetto privato libero nelle scelte, ma come soggetto attuatore vincolato a regole di evidenza pubblica, tracciabilità e verifiche preventive.
La relazione prefettizia sottolinea che l’impiego delle somme sarebbe avvenuto senza il pieno rispetto dei controlli di trasparenza, antimafia e regolarità contributiva e fiscale dei beneficiari. Se confermato, questo implicherebbe una responsabilità gestionale diretta della Pro Loco nella fase di individuazione e affidamento dei servizi, perché proprio in quella fase si collocano i controlli omessi o non documentati.

Altro tema sarebbe la scelta dei fornitori e l’affidamento dei servizi. Il passaggio più grave, così come descritoo nella relazione prefettizia, è quello in cui si afferma che gli uffici comunali “non conoscevano a chi fossero stati affidati i vari servizi previsti per la festa”.
Questa affermazione individuerebbe con chiarezza una responsabilità gestionale: la selezione degli operatori economici sarebbe stata gestita al di fuori del circuito amministrativo ordinario, quindi direttamente dal soggetto organizzatore. In un sistema regolare, tale attività deve essere tracciata, verificabile e sottoposta a controlli preventivi. Se ciò non è avvenuto, la responsabilità operativa ricade su chi ha materialmente effettuato quelle scelte.

La rendicontazione come atto finale: insufficienza dei controlli ex post. Il fatto che gli uffici comunali siano intervenuti solo in sede di rendicontazione, si legge, segnala che il controllo pubblico si è trasformato in un controllo meramente contabile e successivo. Ma la rendicontazione non sana eventuali irregolarità a monte, se la gestione è stata opaca nella fase di affidamento e nella verifica dei requisiti dei beneficiari, la responsabilità gestionale resta in capo al soggetto che ha operato quelle scelte, cioè l’ente attuatore dell’evento.

Ecco che interverrebbero le responsabilità funzionale e le posizioni di garanzia. Dal punto di vista giuridico-amministrativo, la Pro Loco, qualora investita di un ruolo organizzativo così ampio, assumerebbe una posizione di garanzia, cioè, avrebbe dovuto assicurare che ogni spesa sia stata conforme a legge, che ogni affidamento sia stato tracciabile e che i soggetti coinvolti siano in regola sotto il profilo antimafia e fiscale. Non si tratterebbe di un onere meramente burocratico, ma di una responsabilità sostanziale connessa alla gestione di denaro pubblico e all’esecuzione di attività per conto del comune.

Il cuore della relazione prefettizia relativamente all’organizzazione della festa di Santa Barbara, quindi, è questo: se l’Amministrazione ha demandato l’organizzazione alla Pro Loco “impartendo direttive sulle modalità di impiego delle somme”, ma senza mantenere il presidio dei controlli e delle procedure, la gestione concreta è stata esercitata dal soggetto esterno. E chi esercita la gestione concreta assume anche la responsabilità delle modalità con cui quella gestione è stata svolta.

In termini rigorosi, non basta qualificarsi come mero soggetto organizzatore o esecutore; la sostanza amministrativa prevale sulla forma. Se la Pro Loco ha deciso, affidato servizi, impegnato risorse e selezionato operatori, allora la sua responsabilità gestionale non è accessoria, ma centrale e diretta, almeno sotto il profilo della corretta applicazione delle regole di trasparenza, tracciabilità e verifica dei requisiti dei beneficiari dei fondi pubblici. Ed è proprio su questa centralità gestionale, evidenziata dalla relazione della Prefettura e riferita al contesto del Comune di Paternò, che si gioca uno dei nodi più rilevanti per comprendere le criticità che hanno condotto allo scioglimento dell’ente.

 

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