
di ADO MEX
A Paternò non è più solo una questione contabile. È un problema politico, amministrativo e soprattutto culturale. I numeri, freddi e impietosi, raccontano già abbastanza, su circa 17.500 utenze, ben 1.100 presentano morosità superiori ai 1.000 euro. Il totale? Oltre 3 milioni di euro di crediti mai riscossi dall’AMA SpA.
Ma il punto non è solo quanto manca nelle casse. Il punto è come si è arrivati fin qui. E soprattutto, chi ha permesso che accadesse. Perché mentre l’azienda oggi si affanna, giustamente, nel recupero crediti, emerge un dato che dovrebbe far saltare sulla sedia qualsiasi cittadino, 13 utenti hanno accumulato debiti superiori ai 10.000 euro senza mai subire l’interruzione del servizio. Qui si rompe ogni equilibrio. Qui cade ogni narrazione tecnica. Qui entra in gioco la credibilità delle istituzioni. Perché a Paternò accade che, chi deve poche centinaia di euro si vede sospendere il servizio, mentre chi accumula debiti a cinque cifre continua indisturbato. Non è solo un’ingiustizia. È un sistema distorto, di protezione omertosa.
Il neo presidente di AMA, Giovanni Parisi, sembra aver scelto una linea chiara, recuperare quanto possibile. Scelta doverosa, ma drammaticamente insufficiente se non accompagnata da un’operazione verità. Perché il vero scandalo non è solo il debito, ma la tolleranza o la complicità, che lo ha reso possibile. Chi ha deciso di non intervenire? Chi ha autorizzato, coperto o ignorato queste posizioni fuori controllo? Perché non sono scattati gli stessi provvedimenti applicati ai cittadini comuni?
Sono domande semplici. Eppure, ad oggi, senza risposta, che non arriva nemmeno dal neo Presidente che si sottrae, oggi, al confronto con l’informazione.
Ed è qui che la vicenda si trasforma in qualcosa di più profondo, il riflesso di una Paternò dove il rispetto delle regole sembra opzionale, dove il peso delle responsabilità si distribuisce in modo diseguale o non si distribuisce affatto, dove la trasparenza rischia di diventare una variabile negoziabile. Non basta inseguire i debitori. Serve inchiodare chi ha consentito questo scempio amministrativo. Perché senza trasparenza, senza nomi, senza responsabilità, il messaggio che passa è devastante, pagare è da fessi, non pagare è per furbi protetti. È questo, più dei 3 milioni di euro, il vero buco nero da colmare.
L’AMA e chi la governa oggi hanno un’occasione, rompere definitivamente con questo passato opaco. Ma serve coraggio. Serve dire chiaramente cosa è successo e chi ne risponde. Altrimenti, anche il recupero crediti rischia di diventare l’ennesima operazione di facciata. E Paternò continuerà a pagare, non solo in euro, ma in fiducia.