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Elogio della follia. Quando il terrapiattismo diventa metodo e la realtà negata.

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C’è un momento, nella vita, in cui la negazione della realtà smette di essere difesa politica e diventa patologia civile, segnando esattamente un punto di non ritorno. Applicare la teoria del “terrapiattismo” non può essere una replica, non una memoria difensiva, nemmeno propaganda, è delirio politico, una sorta di millanteria propagantistica, dove fatti, atti, relazioni e responsabilità vengono semplicemente negate, come se bastasse alzare la voce per spostare l’asse della realtà. Come se l’esito di un caso acclarato attraverso una lunga e documentata istruttoria, sia una sorta di complotto dei “poteri forti”, di un abbaglio, di un errore cosmico. Come se fossero improvvisamente tutti impazziti. Tutti, tranne uno. I fatti documentati non evaporano con l’indignazione social. La realtà non si piega all’ego politico di chi l’ha prodotta. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun dubbio, nessuna autocritica. Solo invettiva, vittimismo e una narrazione autoreferenziale che pretende di riscrivere la storia.

Questo è il punto che dovrebbe fare più paura, non la rabbia, ma l’incapacità di riconoscere la gravità dei fatti. Perché quando si nega perfino la realtà, l’idea di aver contribuito al tracollo, allora il problema non è più giudiziario o politico. È culturale. È sanitario. Non è coraggio. È follia. E ogni follia non curata, rischia di contagiare ancora.

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