
La scuola non è un megafono ideologico: fermare la propaganda è un dovere, non una censura.
La conferenza prevista al liceo classico “Mario Rapisardi” di Paternò è stata annullata dalla dirigente scolastica, Prof.ssa Maria Grazia D’Amico, che ha ritenuto opportuno intervenire per tutelare l’equilibrio formativo degli studenti. L’iniziativa risultava infatti organizzata e promossa da una sola area politica, senza un adeguato contraddittorio, con il rischio di trasformare un momento scolastico in uno spazio di indirizzamento ideologico. Come recita la circolare del Ministero.
A rafforzare la decisione, la figura polemica del relatore Eric Gobetti, storico apertamente schierato sul piano politico e fortemente contestato nel dibattito pubblico per le sue posizioni sulle foibe, giudicate da numerosi critici come negazioniste. In questo contesto, la scelta della dirigente è stata motivata dalla volontà di evitare qualsiasi forma di possibile manipolazione degli studenti, preservando la neutralità della scuola come luogo di pluralismo e formazione critica. Aggiungiamo in fine che nel pomeriggio si è tenuta la stessa conferenza all’ex Macello, organizzata dal Presidio Partecipativo e dall’ANPI, dove sul manifesto appare anche il logo del comune di Paternò che a detta del Commissario risulterebbe privo di autorizzazione. Come si giustificherebbe questo fatto grave commesso dagli organizzatori?
Ma veniamo ai casi di censura più eclatanti in Italia, attribuibili alle sinistre:
Nel dibattito italiano degli ultimi anni, il tema della censura culturale è tornato centrale soprattutto in ambito universitario e nelle conferenze pubbliche. Diversi episodi, spesso riconducibili ad ambienti della sinistra politica o dei collettivi studenteschi, hanno sollevato interrogativi sul confine tra legittima contestazione e impedimento della parola.
Il caso più emblematico resta quello del 2008 all’Università La Sapienza di Roma, quando fu annullata la lectio magistralis di Papa Benedetto XVI per le proteste di docenti e studenti che contestavano alcune sue posizioni considerate ultra conservatorie. L’intervento non ebbe mai luogo una scelta che trasformò il dissenso in esclusione preventiva. Negli anni successivi, episodi analoghi si sono ripetuti. Carlo Giovanardi, nel 2015, vide una sua conferenza interrotta all’Università di Modena per le sue posizioni su famiglia e unioni civili. Marcello Pera, ex presidente del Senato, è stato più volte contestato o escluso da eventi accademici per le sue critiche al multiculturalismo. Anche Vittorio Sgarbi è stato bersaglio di boicottaggi e annullamenti, spesso giustificati come tutela di sensibilità offese.
Un altro fronte ricorrente riguarda i convegni su identità di genere, famiglia e bioetica in diversi atenei italiani eventi già autorizzati sono stati cancellati o resi impraticabili dopo proteste di collettivi studenteschi di sinistra, con l’accusa ai relatori di essere “reazionari” o “discriminatori”. Nel 2019 anche Giorgia Meloni fu duramente contestata alla Sapienza, in un clima tale da mettere a rischio lo svolgimento stesso dell’incontro. Presentazioni di libri e dibattiti su immigrazione e sicurezza sono stati in più occasioni annullati in biblioteche e festival culturali per pressioni politiche e ideologiche. Chi difende queste azioni parla di antifascismo e responsabilità sociale; chi le critica vede invece una deriva di “cancel culture”, dove il confronto viene sostituito dal veto. Il punto centrale resta uno in spazi pubblici nati per il pluralismo, impedire la parola non è mai neutrale.