
«Servire la città, non comandarla», Questo il mood di Giuseppe Panassidi, ingegnere informatico, presidente dell’associazione Uniti Per gli Animali e dirigente de “L’aria Nuova”, associazione di promozione sociale. Un personaggio attivo da oltre un decennio nel volontariato e attento osservatore della vita politica cittadina, che ha deciso di condividere la sua visione su ciò che non funziona e su ciò che andrebbe fatto per cambiare rotta.
Una intervista per parlare di Paternò e della crisi amministrativa e sociale che ormai l’attanaglia da anni. Le soluzioni devono nascere dal basso, dal sociale, guardare al futuro attraverso i giovani e la tecnologia.
Una visione, la sua, che denuncia con forza la decadenza degli ultimi anni, ma che, al tempo stesso, indica una strada possibile, la SMART CITY, per risollevare Paternò rimettere al centro la collettività, premiare le competenze, rompere con le logiche di “amici e nemici”, ma tornare a servire la città di tutti. Iniziamo:
- Lei è da anni impegnato nell’associazionismo. Ci può raccontare il suo percorso e le realtà associative di cui fa parte?
Sono presidente dell’associazione UPA – Uniti per gli Animali, sin dalla sua fondazione, nel 2013.
Con UPA abbiamo lavorato soprattutto sul fronte del benessere animale, della sensibilizzazione e della lotta al randagismo con non poche difficoltà. Recentemente, inoltre, faccio parte anche del direttivo di un’APS, L’Aria Nuova. Si tratta di un’associazione di promozione sociale che ho deciso di sostenere perché ho trovato persone con idee chiare, capaci di immaginare progetti seri e concreti per il bene della collettività.
- Negli ultimi anni a Paternò c’è un proliferare di molte nuove associazioni. Cosa ne pensa di questo fenomeno?
La nascita di nuove associazioni è sempre un bene, perché significa che la città vorrebbe tornare ad essere viva, significa che c’è voglia di fermento, di partecipare. Tuttavia, bisogna anche saper distinguere: non tutte le associazioni perseguono davvero il benessere collettivo, alcune, pur dichiarando intenti nobili, finiscono per inseguire altri scopi. Capita di sentir parlare di chi vuole “creare bellezza” senza preoccuparsi prima di “togliere la bruttezza” che ancora soffoca la città, il nostro centro storico e i quartieri degradati. È importante quindi sostenere le realtà autentiche, quelle che lavorano concretamente per migliorare la città e non solo per farsi vetrina o fare incetta raffazzonata di sigle che in effetti esistono solo sulla carta e non fanno alcuna attività.
- Si riferisce al Presidio Partecipativo di cui ci stiamo occupando?
Ognuno tragga le proprie conclusioni.
- L’esperienza con l’associazione animalista non è stata, dunque, priva di difficoltà. Quali sono stati gli ostacoli principali?
Le difficoltà non sono state solo legate ai problemi concreti della tutela e della salvaguardia dei nostri amici a quattro zampe. Ho spesso dovuto confrontarmi con un’amministrazione sorda, poco incline ad ascoltare e collaborare. Inoltre, non sono mancate incomprensioni con altre realtà che avevano interessi diversi dal benessere animale. Questo ha reso il lavoro ancora più complesso, ma non ha mai fermato il nostro impegno.
- Perché ha sentito la necessità di affiancare al suo impegno animalista con quello nell’APS?
Perché credo che la politica non si faccia soltanto “dentro i palazzi” o “nelle sale dei bottoni”.
La vera politica nasce nel sociale, dall’ascolto dei bisogni concreti e dalla capacità di dare risposte. È dal sociale che può prendere forma la buona politica, quella che serve davvero alla comunità, ecco perché ho deciso di mettermi in gioco anche in questo nuovo percorso.
- Lei è molto critico verso l’attuale amministrazione di Paternò. Cosa non ha funzionato?
Purtroppo, questa amministrazione ha peccato in moltissimi punti. Non ha compreso che chi viene eletto non è chiamato a comandare, ma a servire la città. Il sindaco, come primo cittadino, dovrebbe pensare al bene collettivo e dare l’esempio, soprattutto nel rispetto delle regole. Invece si è alimentata una logica divisiva, da una parte gli “amici”, premiati con incarichi e attenzioni, dall’altra i “nemici”, ovvero tutti coloro che non sono politicamente o idealmente vicini. Questo ha generato sfiducia nella gente e ha isolato tante persone capaci di contribuire. Questo giudizio vale anche per una finta opposizione la cui prerogativa è un silenzio complice, tranne qualche sparuta eccezione.
- In che modo questo ha inciso sulla città?
Ha avuto conseguenze pesantissime. Oggi Paternò è molto più insicura, il degrado urbano è evidente, il livello di civiltà percepito è calato e soprattutto le istituzioni non danno più esempi positivi. In pochi anni siamo riusciti a diventare, purtroppo, il fanalino di coda della realtà provinciale.
- Un tema molto sentito dai cittadini è quello della sicurezza. Qual è la sua opinione sulla situazione a Paternò e, più in generale, sul modo in cui viene affrontato questo tema?
La sicurezza percepita a Paternò è ai minimi storici. Quello che contesto è che la sinistra abbia praticamente consegnato la questione sicurezza alla destra, come se fosse un tema che non le compete. In realtà non è così: la sicurezza è un bene comune, non appartiene a una parte politica. Accogliere è un valore positivo e umano, ma va fatto con rigore, mantenendo sempre il controllo e la tutela della città. Senza sicurezza non c’è libertà, non c’è vivibilità e non c’è sviluppo.
- Lei ha cercato di proporre soluzioni? Con quale esito?
Più volte ho portato avanti idee e progetti, che andavano dal sociale, fino alla gestione, seppure parziale, del fenomeno randagismo. Non ho mai ricevuto risposte concrete, al massimo risposte negative, solo da pochissimo, si apre uno spiraglio di luce. Questo solo perché non appartenevo al cerchio ristretto dei “fedelissimi” dell’amministrazione. È un errore gravissimo, Paternò è piena di persone capaci, come detto, con visioni e proposte utili ma non si ascoltano queste voci, si rinuncia alla possibilità di crescere insieme come comunità.
- Quindi a suo avviso una buona amministrazione cosa dovrebbe fare?
Una buona amministrazione deve saper intercettare le energie migliori presenti nella città. Deve valorizzare chi ha competenze e capacità, per risolvere problemi, non soltanto a chi garantisce sostegno politico. Solo così si può uscire dal circolo vizioso degli incarichi pubblici ai soliti noti amici degli amici. Bisogna rompere questa catena e aprire le porte a chi vuole davvero costruire.
- Lei è stato un elettore del MoVimento 5 Stelle sin dalla sua nascita e fa parte del gruppo M5S di Paternò. Che valutazione dà al gruppo locale?
Ho sempre sostenuto il MoVimento perché lo ritengo una forza fatta di persone in buona fede, che hanno a cuore la collettività. Certo, anche il gruppo cittadino del M5S, di cui faccio parte, ha commesso errori e non è riuscito fino in fondo a rappresentare la vera alternativa alla pessima classe dirigente che ci governa oggi. Ma una cosa riconosco, l’ onestà e la buona fede dei suoi membri. Questo conta. Siamo però sicuri di riuscire a crescere nella capacità di ascolto e di azione concreta.
- Veniamo allora ai progetti per una città diversa. Quali sono le sue idee per migliorare Paternò?
Una delle cose più urgenti è dare finalmente spazio ai giovani, la nostra città non lo ha mai fatto.
La classe dirigente attuale è troppo vecchia e autoreferenziale. Chi fa parte della vecchia guardia dovrebbe assumersi la responsabilità di aprire la strada ai nuovi, a coloro che potranno davvero rappresentare il futuro. I giovani devono essere coinvolti, ascoltati, resi protagonisti.
- In che modo si potrebbero coinvolgere concretamente i giovani?
Bisogna creare progetti su misura per loro e modernizzare i servizi del Comune attraverso la tecnologia.
Digitalizzare, rendere più trasparente ed efficiente la macchina amministrativa, permettere ai giovani di partecipare con le proprie competenze. Così si riduce la distanza tra cittadini e istituzioni, e si stimola un senso di appartenenza e responsabilità. Solo investendo sulle nuove generazioni e sull’innovazione possiamo sperare di cambiare rotta.