
La storia si ripete sempre. La prima volta come tragedia, alla maniera del ‘93, la seconda come farsa, come oggi. E oggi siamo abbondantemente nella farsa, quella peggiore, stanca, grottesca, autoreferenziale. A Paternò questa storia l’abbiamo già vista. Eccome se l’abbiamo vista. Nel 1993, nel pieno di un oscurantismo politico che lasciò la città senza bussola e senza anticorpi, si affacciò un fenomeno che oggi potremmo definire antipolitica ante litteram: il ligrestismo. Un’esperienza che non fu affatto una parentesi folkloristica, ma un decennio intero di dominio, capace di segnare in profondità il tessuto civile e istituzionale della città.
Dieci anni. Non mesi. Non una stagione sfortunata. Dieci anni di lacerazione, durante i quali Paternò venne scientemente spaccata in due secondo uno schema tanto semplice quanto devastante. Quel modello ha lasciato danni profondi. La storia, qui, non può ripetere. Né come tragedia, né tantomeno come farsa, ma la politica non può permettersi di sbagliare nelle scelte degli uomini che devono interpretare il futuro, che vanno fatte con coraggio. Senza indugi, titubanze e senza estremi calcoli elettorali. Il pericolo da evitare è questo.
Ci riferiamo, nella valutazione degli uomini, a personaggi che continuano a muoversi sulla scena politica come comparse di un avanspettacolo fuori tempo massimo. Nessuno li guarda più, nessuno li aspetta, nessuno li rimpiange. Eppure si sforzano di resistere. Uno sforzo quasi patetico, si aggrappano al palcoscenico come se la luce dei riflettori, per loro, non si fosse già spenta. Non comprendono, o fingono di non comprendere, una verità elementare, anche i prodotti politici hanno una scadenza. E quando si continua a somministrarli oltre quel limite, il rischio non è solo il cattivo gusto, è l’intossicazione. È il rischio botulismo civile, sociale, morale.
L’aggravante è che non vanno mai da soli. “Similes cum similibus”. Si accompagnano, infatti, ad altri prodotti umani scaduti, figure che non hanno mai avuto nulla di serio da dire, che non hanno mai inciso, che hanno attraversato la politica come ombre inquietanti in epoche che appartengono al giurassico istituzionale. Gente che non ha lasciato visione, né qualità, né futuro. Solo miserie.
È ora di dirlo senza giri di parole, BASTA!
Questo mondo della politica, per quanto impoverito e squallido possa apparire, non li può più accettare. Non li può riconoscere, non li può legittimare, non li deve inseguire.
Ma la cosa più grave, quasi surreale, è che anche i leader, di ogni forza politica, formalmente giovani continuano a non capirlo. Non capiscono che il discredito è contagioso. Che frequentare questi relitti significa essere trascinati con loro nel baratro. Che con certi nomi, con certe facce, non ci si può camminare nemmeno virtualmente senza pagare un prezzo altissimo in termini di credibilità. Altro che pubblicare foto.
Qui non è in gioco una faida personale, ma una resa dei conti generazionale. Qui è in gioco il futuro di una comunità che è stata portata al collasso amministrativo e sociale, fino allo scioglimento per mafia. Questo è il punto di non ritorno. Da qui in poi non sono più tollerabili ambiguità, nostalgie, compromessi al ribasso. Al netto delle sentenze di incandidabilità che verranno fuori ufficialmente e che certamente riserveranno delle sorprese.
Ci rivolgiamo a chi vuole ancora metterci la faccia davvero. A chi vuole spendersi senza paracaduti. A chi ha il coraggio di immaginare una prospettiva diversa. A chi sente che l’aria è irrespirabile e che serve una rottura netta, non l’ennesima operazione di maquillage alla quale nessuno dà credito.
Assistiamo invece a un’agitazione inusitata, fuori tempo massimo, di vecchi arnesi della politica che non vogliono mollare i miserrimi privilegi accumulati negli anni. Figure che nel vuoto cosmico che si è creato, cercano ancora un posto nel pantheon del potere o una tardiva rivalsa sociale. Una rivalsa che la storia, inevitabilmente, negherà. Perché il mondo va altrove. E non aspetta nessuno.
Ognuno di noi tutti, è chiamato a comprendere il proprio ruolo. Per età anagrafica.
Per collocazione culturale. Per capacità di interpretare un mondo nuovo che non consente ulteriori errori di casting. Il tempo delle repliche è finito. Il pubblico se n’è andato.
E continuare a recitare, oggi, non è resistenza ma accanimento. Il rischio serio è di riconsegnare la città all’antipolitica, che si maschera dietro la sensazione che trasmette ai cittadini, “coltivare bellezza”.
