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Le città come giacimenti di storie: il caso delle Salinelle di Paternò

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FRANCESCO FINOCCHIARO:

Le città sono giacimenti di storie. Un catalogo di spazi iconici, scenografici, simbolici, legati da fili sottili, fino a diventare forma vivente. Le Salinelle di Paternò, conosciute anche come Salinelle di San Marco o dei Cappuccini, sono uno di questi spazi: raccontano la storia millenaria di una comunità, tra sacralità e marginalità.

Dal santuario antico al margine urbano

Paternò, le Salinelle siamo noi: criticità e prospettive di un sito sottovalutatoPrima santuario siculo-greco, poi convento dei Cappuccini, infine margine degradato della città. Un tempo luogo frequentato e venerato, almeno fino al II secolo, fu centro di pellegrinaggi sacri al culto dei Palici. Con l’avvento del Cristianesimo, dopo il IV secolo, le acque calde e i fanghi plumbei delle Salinelle divennero allegoria dell’inferno.

Il bisogno di “convertire” ogni spazio portò all’edificazione di un convento dei Cappuccini prima del ‘600. Ma le Salinelle sono un vulcano minore, un fenomeno incontrollabile, in continua metamorfosi. Il legame con l’attività dell’Etna spinse alla fuga i conventuali verso un altro luogo vulcanico: le fumarole dell’acropoli di Hybla Major, dove occuparono le fabbriche benedettine tanto care ai Moncada e, forse, al pittore El Greco.

Oblio, abbandono e incuria

Con il tempo, il luogo fu abbandonato. Poi venne la stagione degli “scavi clandestini”, dei ladri di memoria. Oggi, l’area è ancora percepita come marginale, luogo di consumo e degrado. I mille tentativi di recupero si sono scontrati con l’assenza di una visione organica e rispettosa della complessità del sito.

Criticità non affrontate

La prima grande questione è il perimetro dell’intervento: non si può recuperare una sola parte della collina. Bisogna pensare all’intero sistema, comprese le abitazioni costruite su aree archeologiche, che andrebbero delocalizzate. Serve un progetto che tenga conto della mobilità, dei parcheggi, delle connessioni tra luoghi-chiave: la stazione di San Marco, l’ex Macello, l’ex stadio delle Salinelle.

Paternò, le Salinelle siamo noi: criticità e prospettive di un sito sottovalutatoUn paesaggio fluido e indisciplinato

Recuperare uno spazio come le Salinelle significa capire che si tratta di un paesaggio in movimento, soggetto a metamorfosi costanti. I tentativi di contenere il fenomeno con terrazzamenti, piantumazioni e argini circolari, avviati dal 2017, sembrano voler “modellare il mare con uno scoglio”.

Gli abitanti della zona raccontano gli sforzi di sistemazione: piante regalate dalla forestale, materiali vulcanici spostati, tentativi di modellazione inefficaci e spesso incoerenti. Senza il conforto della scienza.

La legge dimenticata

L’art. 4 della legge regionale 25/2012, che tutela i geositi e vieta modifiche morfologiche, sembra ignorato. La questione archeologica è rimasta sospesa, dimenticata. Le istituzioni, spesso inflessibili con i cittadini, appaiono permissive con se stesse.

Serve un sistema, non frammenti

Il recupero della collina di San Marco deve dialogare con tutto ciò che la circonda: l’acropoli di Hybla Major, la chiesa di San Marco, la via dei Mulini, l’acquedotto di Dionisio, la fonte Maimonide, l’ex Macello, la via Fabaria. Ma anche le strutture sportive e i sentieri naturalistici.

Occorre pensare a un “sistema Salinelle” con un piano organico, che affronti mobilità, tutela ambientale, valorizzazione turistica e identità storica. Rimodellare un paesaggio fluido senza ascoltare la natura è una battaglia persa in partenza.

Una domanda aperta

Che fine ha fatto la città? Perché ci si turba quando si sollevano queste domande? Parlare di questi temi non è disfattismo: è memoria, civiltà e diritto al paesaggio. È tempo di ristudiare la storia – tutta – per capirla e proteggerla.

Paternò, le Salinelle siamo noi: criticità e prospettive di un sito sottovalutato

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