

di “Il Grillo Parlante”
Ad Atene, culla della democrazia, lo chiamavano ostracismo. Non era una condanna, non era una vendetta, non era una sentenza. Era una scelta politica estrema, allontanare chi stava diventando troppo pericoloso per la città, anche se non aveva ancora commesso un reato, (e questo non è il caso di Paternò). Qui a Paternò, invece, di ipotesi di reato ce ne sono, eccome.
Duemilacinquecento anni dopo, lo Stato italiano fa la stessa cosa quando scioglie un Comune per infiltrazioni mafiose. Il decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Paternò non è un atto di accusa penale (i reati emersi e che emergeranno andranno valutati in altra sede).
È qualcosa di più scomodo, è una diagnosi istituzionale. Non giudica singole colpe, ma descrive un contesto, un sistema, un continuum amministrativo (2017-2024) che secondo il Ministro dell’Interno ha reso l’ente permeabile a interessi criminali e anche a logiche estranee all’interesse pubblico (incarichi professionali, lavori pubblici, concessioni di immobili, feste religiose delegate).
È qui che nasce l’equivoco, spesso alimentato ad arte, si finge di non capire che la democrazia non muore solo con i reati, ma anche con le abitudini, le relazioni opache, le scelte formalmente legittime ma sostanzialmente distolte.
E come nell’Atene classica, lo Stato interviene prima che il danno diventi irreversibile. Non aspetta la sentenza definitiva, perché quando arriva è spesso troppo tardi. Interviene sul rischio, non sulla colpa. Chi grida al “golpe” o al “tradimento della volontà popolare” dimentica una verità elementare, la sovranità popolare non è un lasciapassare per l’autodistruzione delle istituzioni. Lo scioglimento di Paternò non sospende la democrazia. Sospende una gestione ritenuta incompatibile con essa.
Atene lo aveva capito secoli fa, il potere non diventa pericoloso solo quando viola apertamente la legge, ma quando la piega, la svuota, la rende un guscio all’interno del quale il malaffare trova l’humus. Negare questa realtà non è difesa della democrazia. È negazionismo istituzionale. Una narrazione da raccontare ai “tacchini” per fare esclusivamente confusione.
La giurisprudenza costituzionale e amministrativa ha chiarito in modo costante che lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose (art. 143 TUEL) non ha solo natura sanzionatoria, ma preventiva e cautelare.
Il decreto di scioglimento di Paternò è esplicito su un punto, il problema non è l’errore occasionale, o i reati commessi dei quali si occuperanno, come per alcuni casi, i Tribunali della Repubblica, ma la normalizzazione dell’anomalia democratica-istituzionale.
Dal quadro tracciato, dalle relazioni rese da inquirenti, Prefetto, Ministro controfirmate dal Presidente della Repubblica, emerge una gestione amministrativa incapace di erigere argini; scelte politiche che hanno legittimato soggetti privi di adeguata rappresentanza o competenza (leggi LO SCIOGLIMENTO DI PATERNÒ, LA VERA BOMBA È L’ASSESSORE DEL CLAN, COSÌ SI SVUOTAVA LA DEMOCRAZIA.); una sottovalutazione sistematica e dolosa dei segnali di allarme.

Non è un processo alle intenzioni. È la constatazione che l’ente ha smesso di essere impermeabile. E come nell’ostracismo ateniese, lo Stato interviene non esclusivamente perché la tirannide sia già instaurata, ma perché i presupposti erano e sono maturi.