Quando un Comune viene sciolto per mafia non è solo una sanzione amministrativa. È la certificazione che il sistema democratico locale ha smesso di funzionare come dovrebbe. Significa che la macchina pubblica è stata esposta, direttamente o indirettamente, a condizionamenti criminali, a pressioni, a rapporti opachi, a omissioni del consiglio comunale.
È ciò che è accaduto anche a Paternò, il cui scioglimento per infiltrazioni mafiose ha riportato al centro una questione fondamentale: le responsabilità politiche di chi ha amministrato o partecipato alla vita istituzionale in quel periodo. Non basta dire: “non sono indagato”. Non basta dire: “non ho commesso reati”. Perché la questione, quando si parla di scioglimento per mafia, è molto più profonda.
La recente sentenza della Corte Suprema di Cassazione (Sezione I Civile – del 6 marzo 2026 con oggetto: incandidabilità ex art. 143 TUEL, scioglimento enti locali per mafia), cambia il quadro, stabilendo un principio chiarissimo confermando l’incandidabilità dell’ex sindaco di Randazzo, Francesco Sgroi, e dell’ex assessore Nunzio Batturi. Il Comune di Randazzo era stato sciolto il 26 gennaio 2024 per infiltrazioni mafiose legate al Clan Sangani, nell’ambito dell’operazione Terra Bruciata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania stabilendo un principio rivoluzionario.
Infatti, il passaggio più importante della decisione della Cassazione è un altro. La Suprema Corte ha chiarito che l’incandidabilità non richiede necessariamente la commissione di un reato di mafia, né la partecipazione o il concorso esterno in associazione mafiosa, ma anche le responsabilità di chi avrebbe potuto fare e non ha fatto. È sufficiente che l’amministratore, oppure il consigliere comunale, sia stato colpevole di una cattiva gestione della cosa pubblica, tale da lasciare spazio ai diretti responsabili politici, piuttosto che alle pressioni e alle ingerenze della criminalità organizzata.
Secondo la Cassazione, infatti, le condotte da condannare, con l’esclusione dalla politica attiva, sono da ascrivere a ciò che ha “minato la legalità e l’imparzialità dell’amministrazione (piuttosto che del consiglio) ed inciso (anche) la sua credibilità presso il pubblico”. E soprattutto nei confronti di coloro che avrebbero contribuito a incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, fino a diventare una delle cause dello scioglimento del consiglio comunale. Questo è un principio destinato a fare giurisprudenza con risvolti certi per il futuro.
Questa sentenza introduce un punto decisivo nel dibattito pubblico. Nei comuni sciolti per mafia esiste una zona grigia di responsabilità che non sempre coincide con quella penale. Un amministratore, un consigliere, può non essere indagato, può non essere imputato, può non essere condannato. Ma può comunque aver tollerato pressioni ambientali, accettato equilibri politici opachi, evitato controlli, ignorato segnali evidenti di condizionamento. In altre parole, può aver gestito la cosa pubblica, o non denunciato, con una leggerezza incompatibile con territori esposti alla pressione mafiosa. Ed è proprio questa colpa amministrativa e politica che la Cassazione ha ritenuto sufficiente per giustificare l’incandidabilità.
Questo principio riguarda quindi tutti i comuni sciolti per mafia, e anche Paternò.
Quando lo Stato arriva allo scioglimento significa che il problema non riguarda un singolo episodio, ma un sistema politico-amministrativo che ha smesso di funzionare correttamente. E che le responsabilità non sono solo singole ma collettive, anche di chi ha omesso il controllo, che la legge assegna al consiglio comunale. Ed è qui che si apre una questione fondamentale: chi ha partecipato a quel sistema, anche senza responsabilità dirette nell’amministrazione, può tornare ad amministrare lo stesso Comune?
La risposta della Cassazione sembra indicare una direzione molto chiara. Se le condotte politiche o amministrative hanno contribuito a creare un contesto favorevole alle infiltrazioni mafiose, a qualsiasi titolo, l’incandidabilità può essere uno strumento legittimo per difendere la credibilità delle istituzioni.
Troppo spesso, dopo lo scioglimento di un Comune, accade qualcosa di paradossale. Passata la fase commissariale, tornano sulla scena gli stessi protagonisti, a qualsiasi titolo, della stagione politica che ha portato al disastro. Magari con simboli diversi. Magari con nuove alleanze. Ma con gli stessi. Se questo accade, lo scioglimento perde il suo significato più profondo, ricostruire la fiducia tra cittadini e istituzioni. La sentenza della Cassazione sul caso Randazzo stabilisce un principio molto forte, che vale per tutti, anche per Paternò facendo giurisprudenza. La democrazia locale non si difende solo punendo i reati, ma anche pretendendo responsabilità politica da chi ha partecipato con qualsiasi ruolo.
In territori segnati dalla presenza mafiosa, governare non è un compito ordinario.
Richiede vigilanza, rigore, capacità di resistere alle pressioni. Quando queste qualità vengono meno, il danno non è solo amministrativo. È un danno alla fiducia dei cittadini nello Stato. Ed è proprio quella fiducia, come sentenzia la Cassazione, che deve essere ricostruita quando un Comune viene sciolto per mafia e mettendo fuori tutti i partecipanti, qualunque ruolo abbiano ricoperto.