
Pignoramenti, conti correnti bloccati e famiglie strangolate. Ma a Palazzo di Città c’è chi i tributi “dimentica” di pagarli dal 2012–2013.
Il Comune di Paternò non chiede, preleva. Non dialoga, pignora. Non distingue, colpisce.,Negli ultimi mesi migliaia di cittadini si sono visti bloccare i conti correnti per tributi comunali, spesso di modesto importo, spesso senza alcuna gradualità, senza mediazione, senza buon senso istituzionale. Pensionati, lavoratori, famiglie già provate non riescono a andare avanti, il Comune infila le mani direttamente nelle tasche dei paternensi, con la forza dell’atto esecutivo.
Eppure, mentre la macchina comunale si accanisce sul cittadino qualunque, un fatto politicamente e moralmente esplosivo che emerge dal decreto di scioglimento per mafia, il sindaco risulterebbe non in regola con il pagamento dei tributi comunali a partire dagli anni 2012/2013. Sembra incredibile, ma noi ci crediamo.

Non è un’accusa, è una questione di rilevanza pubblica, una constatazione, che riguarda coerenza, credibilità e legittimazione morale a fare ciò. Due pesi, due misure. Da un lato il Comune che agisce come un creditore inflessibile, rapido, spietato, strozzando il cittadino, dall’altro il primo cittadino, che – secondo la relazione ministeriale pubblicata– non avrebbe ottemperato per anni (12) agli stessi obblighi che oggi vengono fatti valere con ferocia sui cittadini.
La domanda è inevitabile, con quale autorevolezza morale si pignora un conto corrente se chi guida l’ente non ha dato l’esempio? Con quale faccia si invoca il rispetto delle regole se le regole non sono state rispettate in prima persona? Qui non siamo davanti a una mera questione di cartelle o rateizzazioni. Siamo davanti a una frattura etica, tra istituzione e comunità.
Un Comune sciolto, commissariato, segnato da anni di opacità amministrativa, così come oggi emerge dalle motivazioni contenute nel decreto di scioglimento per mafia, non può permettersi zone d’ombra proprio sulla figura che dovrebbe incarnare legalità e rigore. Ogni pignoramento, in questo contesto, diventa una provocazione sociale. Non servono comunicati evasivi. Non servono insulti imbarazzati verso chi informa la città. Serve una cosa sola assumersi le responsabilità. Perché se il Comune pretende tutto dai cittadini, deve pretendere il doppio da sé stesso. A partire da chi lo rappresenta.
A Paternò oggi non c’è un problema di fiducia sequestrata. E quando un’istituzione perde l’autorità morale, ogni atto esecutivo diventa un abuso percepito, anche se formalmente legittimo. Il Comune può pignorare i soldi. Ma non può pignorare la dignità dei cittadini, mentre chi governa resta indenne dalle stesse regole.