
In Sicilia esiste una specie protetta, ma sorprendentemente longeva, il politico riciclato. Non si estingue mai, cambia solo contenitore. Ieri era riformista, oggi è civico, domani sarà autonomista, dopodomani europeista di quartiere. Una metamorfosi continua che farebbe impallidire persino il più creativo degli sceneggiatori dell’opera dei pupi. L’unica costante? L’insofferenza cronica alla pace. Se non litigano con gli avversari, litigano con gli alleati. Se finiscono gli alleati, litigano con il simbolo. Se sparisce il simbolo, litigano con la propria ombra.
La politica isolana, in fondo, è un grande teatro dei “pupiddi” permanente, si cambia scena, ma le discussioni restano sempre le stesse. Il riciclato doc non sopporta la serenità, la considera un pericoloso segnale di irrilevanza. Per esistere, deve alzare la voce. Meglio ancora se contro qualcuno con cui condivideva un progetto politico-elettorale fino al giorno prima. Del resto, la coerenza è una virtù sopravvalutata; molto più utile è l’elasticità ideologica, una sorta di ginnastica artistica tra sigle e correnti.
Il capolavoro del “pupiddu” siciliano è la polemica preventiva, si litiga prima ancora che ci sia un motivo. Un comunicato stampa alle 8 del mattino, uno sfogo social alle 9, una replica indignata alle 9:15 e, per non farsi mancare nulla, una smentita alle 10. Nel frattempo, il cittadino prova a capire, ma questi ci sono o ci fanno, come a un torneo di schermaglie verbali? La risposta è semplice, governano solo le schermaglie. Ma ogni tanto amministrano pure?
Il bello è che ogni riciclato si presenta come “nuovo”. Nuovo come un vecchio disco rimasterizzato, cambia la copertina, ma il ritornello è sempre quello. “Adesso basta litigi, serve unità”, dichiarano con tono solenne. Poi, a microfoni spenti, aprono un nuovo fronte interno per stabilire chi debba guidare l’unità. E l’unità, naturalmente, non resiste più di un comunicato congiunto.
In questo circo della perenne contesa, il territorio siciliano diventa il palcoscenico perfetto, una terra meravigliosa, con problemi serissimi, raccontata da protagonisti che sembrano più impegnati a contendersi la ribalta che a risolvere le questioni. È la sindrome dell’eterno ritorno, stessi nomi, stessi vizi, stessi scontri. Cambia solo la scenografia politico-elettorale.
Eppure, in fondo, bisogna riconoscere loro una qualità, la resilienza. Cadono, si rialzano, cambiano casacca, ricompaiono. Hanno una vocazione quasi mistica all’opera dei pupi, come se la politica fosse un grande centro di raccolta differenziata delle ambizioni personali. Il problema è che, invece di ridurre i rifiuti del dibattito pubblico, spesso li moltiplicano.
Il paradosso finale è che questi professionisti del bisticcio un giorno demonizzano l’antipolitica, ma il giorno dopo flirtano con essa. Non capiscono perché i cittadini siano stanchi, diffidenti, distaccati. Forse perché, a forza di vederli litigare su tutto, si ha l’impressione che la priorità non sia il territorio, il cittadino, ma il prossimo duello mediatico. E allora il dubbio sorge spontaneo, non è che, senza polemica, questi rischierebbero di non sapere più cosa dire?
In attesa del prossimo scontro, l’isola osserva con l’ironia amara di chi ha già visto questo film troppe volte, un titolo è certo: “Ritorno al Futuro (Politico), episodio infinito”. Con un’unica certezza, i “pupiddi” riciclati non trovano pace, perché la pace, in politica, toglierebbe loro l’unica cosa che sanno fare e che non hanno mai smesso di praticare con costanza, il litigio.