
Il centrodestra siciliano somiglia sempre più a quelle famiglie che a Natale si siedono allo stesso tavolo solo per litigare sul menù, rinfacciarsi vecchi torti e minacciare di non parlarsi mai più. Solo che qui non ci sono panettoni e spumante: ci sono urne, percentuali, ballottaggi e comunicati stampa scritti col veleno tra le righe.
Le elezioni amministrative hanno lasciato dietro di sé un panorama che definire complicato è quasi un esercizio di diplomazia. Marsala persa, Barcellona Pozzo di Gotto finita nell’orbita deluchiana, Agrigento salvata per miracolo al ballottaggio fotofinish e Bronte trasformata nell’ennesimo derby interno tra alleati che si comportano da avversari permanenti. Altro che coalizione, sembra più una chat WhatsApp di parenti rancorosi.
A dare il via al festival del “ve l’avevo detto io” è stato Gianfranco Miccichè, che ha parlato apertamente di “crisi profonda”. Traduzione dal politichese, qui sta crollando tutto e nessuno vuole essere l’ultimo a restare col cerino acceso in mano. Nino Minardo prova allora a convocare il classico tavolo chiarificatore, rito antico della politica siciliana dove tutti arrivano chiedendo unità e se ne vanno più arrabbiati di prima.
Nel frattempo il Mpa distribuisce carezze con la motosega, “C’è chi ha lavorato contro la coalizione” afferma. E la Lega risponde pretendendo “rispetto dagli alleati”. Mancavano solo le sedie lanciate in conferenza stampa e il quadro sarebbe stato completo.
La verità è che il centrodestra siciliano oggi vive una crisi di identità degna di una serie Netflix. Governa la Regione, occupa assessorati, poltrone e sottogoverni, ma quando si arriva alle urne nei territori spesso si presenta diviso, confuso e impegnato soprattutto a sabotarsi da solo. Il centrosinistra, in molti casi, non deve nemmeno vincere, basta aspettare che gli altri finiscano di farsi male.
Il caso simbolo resta Messina. Federico Basile vince senza affanni e il vero convitato di pietra continua a essere lui, Cateno De Luca. L’uomo che il centrodestra non riesce né ad abbracciare né a combattere davvero. Tutti lo criticano, ma tutti guardano i suoi numeri. Un po’ come quelli che giurano di odiare TikTok e poi passano tre ore al giorno a scrollare video.
E mentre Forza Italia a Messina sparisce quasi dal radar, dentro la coalizione si apre ufficialmente la caccia al colpevole. La Lega viene accusata di correre da sola dove non dovrebbe, Fratelli d’Italia parla di “personalismi e veti incrociati”, altri evocano addirittura elezioni anticipate. In pratica, il centrodestra siciliano sta affrontando una crisi politica con la serenità di un condominio litigioso durante un’assemblea sui parcheggi.
A Bronte la situazione assume persino contorni dinastici. Giuseppe Castiglione, genero dell’ex senatore e sindaco uscente Pino Firrarello, è costretto al ballottaggio mentre gli alleati si fanno la guerra su fronti opposti. Sembra una puntata speciale di “Succession” ambientata alle pendici dell’Etna, con meno eleganza ma più manifesti elettorali. Sarà la fine dell’impero del pistacchio?
Intanto, da ogni partito arrivano analisi sofisticatissime del voto che possono essere riassunte così, “Abbiamo perso, ma la colpa è degli altri”. Un classico immortale della politica isolana.
Eppure il dato più interessante è un altro. Dopo anni di slogan sull’unità del centrodestra, la coalizione siciliana appare ormai un mosaico di correnti, micro-leadership, vendette territoriali e candidature costruite più per fermare l’alleato, o l’avversario interno del partito stesso, che la controparte politica. La famosa “sintesi” evocata da tutti sembra oggi un animale mitologico, tipo l’unicorno.
Adesso si invocano chiarimenti, conclavi e tavoli politici. Ma il rischio è che il grande vertice del centrodestra siciliano finisca come spesso accade, ore di riunione, facce tese, dichiarazioni sulla compattezza ritrovata e nuovi sospetti già pronti per il giorno dopo.
Perché in Sicilia la politica non è mai semplice. È teatro, strategia, faida medievale e soap opera insieme. E il centrodestra, oggi, sembra avere smesso di recitare la parte della coalizione per trasformarsi definitivamente in una collezione di tribù armate di comunicati stampa.
Quale la soluzione? Staccare la spina alla legislatura regionale o restare ancora a galleggiare aggrappati alle poltrone?