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TOMMASO RAO A RADIO PATERNÒ. NOI MORE SOLTIO FACCIAMO LE PULCI

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Solito postcad ormai entrato nel mito cittadino con ascolti record su tutte le piattaforme social. Questa settima puntata vede protagonista Tommaso Rao, giovane avvocato, che ci ha regalato un frizzante punto di vista.

Un appunto però bisogna farlo. In questa puntata si confonde l’aspetto dello scioglimento per mafia del comune di Paternò con le responsabiltà penali personali di sindaco e assessore in primis, con la complicità di uffici e associazioni collaterali

Qui sta il punto centrale che spesso sfugge nel dibattito mediatico, lo scioglimento dell’ente non coincide automaticamente con la responsabilità penali personali di sindaco, assessori o funzionari.

Le responsabilità penali sono accertate solo nei tribunali, con un processo e una sentenza, anche se una prima c’è già stata per due individui ritenuti responsabili di voto di scambio, presunto reato che viene attribuito anche al sindaco Naso e all’assessore Comis che andranno a processo a fine mese, per rispondere dello stesso reato intervenuto con sentenza nei confronti di Morabito e Benvenga.

Lo scioglimento, invece, si fonda su una valutazione amministrativa più ampia, riguarda l’insieme della macchina comunale, le procedure, i rapporti con il territorio, le eventuali pressioni esterne e il modo in cui queste possono aver condizionato l’azione pubblica.

In altre parole, lo Stato può ritenere che un Comune sia permeabile o esposto all’influenza mafiosa anche senza che vi sia ancora, o necessariamente, una condanna penale definitiva nei confronti degli amministratori.

È proprio questo passaggio che nell’intervista di Rao appare confuso, l’argomento sembra spostarsi continuamente dal piano istituzionale a quello penale, come se le due dimensioni coincidessero. Non è così. E non è un dettaglio giuridico. È una differenza sostanziale. Perché quando si parla di scioglimento per mafia si parla di responsabilità di sistema, una rete di relazioni, comportamenti amministrativi, inerzie degli uffici, talvolta anche complicità diffuse, politiche, burocratiche o associative, che possono creare un ambiente favorevole alla penetrazione criminale.

Ridurre tutto alla sola responsabilità penale del sindaco o di un assessore rischia paradossalmente di produrre un effetto opposto, trasformare una questione strutturale in una vicenda personale, quasi fosse un processo a singoli individui.

E invece lo scioglimento di un Comune è, per definizione, un atto che riguarda l’intero ecosistema amministrativo. Per questo il dibattito pubblico dovrebbe mantenere chiarezza e rigore. Difendere il principio della responsabilità penale personale, sacrosanto in uno Stato di diritto, non significa negare la possibilità che un’amministrazione possa essere stata permeabile o vulnerabile alle pressioni della criminalità organizzata. Confondere questi due livelli non aiuta né la verità né la città. Aiuta soltanto la nebbia.

Per il resto tutto bene.

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