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Agrigento, Bronte e il gattopardismo siciliano: cambiare tutto per non cambiare niente?

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di Ado Mex


La politica siciliana continua a regalare risultati che meritano una riflessione ben oltre la semplice lettura delle percentuali.

Ad Agrigento il dato che balza agli occhi è clamoroso, Michele Sodano ha conquistato il ballottaggio con oltre il 72% dei voti, un risultato storico che lo ha portato a diventare il primo sindaco progressista della città.

Fin qui, tutto chiaro. Ma osservando i risultati del primo turno emerge un quadro assai più complesso. Le liste che sostenevano Sodano si erano fermate complessivamente poco sopra il 20% dei voti, mentre l’intera area di centrodestra, divisa tra più candidati e liste, aveva superato ampiamente il 60% dei consensi.  Ancora più significativo è il dato del Consiglio comunale, il centrodestra ha conquistato 18 seggi su 24, lasciandone appena 5 all’area politica che sosteneva Sodano.

Nasce quindi una domanda politica inevitabile, come si passa da un centrodestra che rappresenta la maggioranza dell’elettorato e del consiglio comunale a un sindaco eletto con oltre sette voti su dieci?

La risposta ufficiale è che al ballottaggio molti elettori hanno scelto la persona piuttosto che il simbolo. Ed è certamente una spiegazione plausibile. Ma la politica, soprattutto in Sicilia, raramente si esaurisce nelle spiegazioni ufficiali.

Dietro questi numeri si intravedono dinamiche tristemente note, divisioni interne, regolamenti di conti tra correnti, trasferimenti di consenso più o meno spontanei e quell’arte tutta siciliana di costruire ponti sotterranei tra schieramenti che pubblicamente si combattono.

In Sicilia, in riferimento soprattutto ad Agrigento, qualcuno parla già di resa dei conti nel centrodestra. Altri vedono il successo di Sodano come il risultato di una candidatura capace di intercettare voti trasversali. Probabilmente entrambe le letture contengono una parte di verità.

E mentre Agrigento analizza i suoi numeri, da Bronte arrivano voci e sussurri che alimentano altre riflessioni. Nei corridoi della politica locale si parla infatti di possibili convergenze non casuali tra Castiglione e Gullotta, quest’ultimo storico collaboratore del primo fin dall’inizio degli anni 2000. Si tratta di indiscrezioni, di percezioni politiche, non di fatti accertati, ma sufficienti a riaccendere il dibattito sul fenomeno degli “inciuci” che periodicamente riaffiora nella vita pubblica siciliana. Come i mancati apparentamenti. E poi si sa che il sospetto è l’anticamera della verità.

In fondo la Sicilia politica sembra spesso seguire la celebre lezione del Gattopardo, cambiare tutto affinché nulla cambi davvero.  Cambiano i simboli, cambiano le alleanze, cambiano i candidati e persino le maggioranze apparenti. Ma gli equilibri profondi, le reti di relazioni personali e le logiche di potere riescono quasi sempre a sopravvivere alle rivoluzioni elettorali.

Agrigento rappresenta oggi un caso di studio perfetto, un sindaco progressista eletto con una valanga di voti, ma un consiglio comunale largamente orientato verso il centrodestra. Due fotografie apparentemente incompatibili che raccontano però molto bene la complessità della politica siciliana. Una fotografia che sembra un fotomontaggio ma che invece è perfettamente autentica.

Forse più che di destra o di sinistra, in Sicilia bisognerebbe parlare di geometrie variabili del consenso. Perché spesso gli schieramenti cambiano nome, ma gli attori restano gli stessi. E quando accade, il sospetto che il cambiamento sia solo apparente torna inevitabilmente ad affacciarsi. Forse il vero errore è continuare a leggere la politica siciliana con le categorie tradizionali della destra e della sinistra. Qui spesso funziona una disciplina più sofisticata, la fisica delle convenienze.


Nota: la parte su Agrigento è supportata dai risultati elettorali pubblicati. Le considerazioni sugli “inciuci” a Bronte e sulle dinamiche politiche sono opinioni e interpretazioni, sussuri da corridoio, non fatti verificati, ma verificabili.