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DELIA BUGLISI E IL DELITTO DI ESSERE UMANI

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C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella ferocia con cui una parte del dibattito pubblico ha reagito alla performance di Delia Buglisi al Concerto del Primo Maggio.
Non tanto per la modifica di una parola. Ma per il terrore che quella parola ha generato.

Perché sostituire “partigiano” con “essere umano” non è stato percepito come un gesto artistico. È stato percepito come un’invasione di campo. Un atto di insubordinazione simbolica contro il monopolio culturale delle liturgie ideologiche della sinistra.

Ed è qui che emerge il paradosso più inquietante. Chi per decenni ha predicato libertà espressiva, contaminazione culturale, reinterpretazione artistica, improvvisamente scopre il dogma. Scopre il sacrilegio. Scopre l’intoccabilità del testo.
Come se l’arte dovesse limitarsi a ripetere formule approvate dal tribunale morale del conformismo. Ma l’arte vera non obbedisce. Disturba. E quando disturba davvero, quel sistema reagisce sempre allo stesso modo: delegittima, ridicolizza, semplifica.

Non discutono il significato del gesto. Attaccano chi lo compie. Perché il problema non è la parola cambiata. Il problema è che quella parola ha rotto un equilibrio comodo che si fonda su una pseudo superiorità morale.

“Essere umano” universalizza il conflitto. Lo porta fuori dal museo delle appartenenze e lo trascina dentro il presente. Dentro le guerre contemporanee. Dentro le ipocrisie sinistre. Dentro la selezione arbitraria delle vittime degne di empatia e di quelle sacrificabili. E questo li manda in cortocircuito.

Perché oggi viviamo nell’epoca della solidarietà selettiva, ci si commuove a comando, si indignano i popoli autorizzati, si difendono diritti purché non disturbino le alleanze geopolitiche, economiche o mediatiche del momento. In questo scenario, una cantante siciliana che pronuncia “essere umano” invece di aderire docilmente alla liturgia prevista diventa un problema politico. Non perché abbia negato la Resistenza. Ma perché ha ricordato che resistere, oggi, significa anche rifiutare la disumanizzazione industriale prodotta dal linguaggio contemporaneo.

E qui entra in gioco la Sicilia. Non quella cartolina folkloristica buona per i festival e le fiction televisive. Ma la Sicilia inquieta, orgogliosa, refrattaria all’omologazione.
La Sicilia che storicamente diffida dei poteri centrali, delle verità confezionate, delle appartenenze obbligatorie. Dentro la voce di Delia Buglisi c’è tutto questo.
C’è una terra che non vuole essere decorazione del dibattito nazionale, ma soggetto vivo, identitario, irriducibile.

E forse è proprio questo che ha infastidito più della modifica testuale, il fatto che quella voce non chiedesse autorizzazioni culturali. Non cercasse certificati di legittimità. Non implorasse appartenenza.

Oggi il sistema tollera ogni trasgressione purché sia innocua. Accetta ogni ribellione purché sia già prevista dal copione. Celebra perfino il dissenso, a patto che resti dentro i confini stabiliti.

Ma quando qualcuno rompe davvero la grammatica del consenso, allora scatta la macchina della derisione. È il riflesso automatico di un ambiente mediatico che ha progressivamente smesso di pensare e ha imparato solo a reagire. Un circo permanente dove il sarcasmo sostituisce l’analisi e la caricatura prende il posto del confronto.

Si può criticare la scelta artistica di Delia Buglisi. Certamente. Ma trasformare una performance in un processo morale collettivo racconta molto più della fragilità del sistema culturale che non dell’artista stessa. Perché una società sicura dei propri valori non teme una parola cambiata in una canzone. Solo una società fragile reagisce come se fosse stata colpita al cuore.

Ed è forse questo il punto più scomodo di tutta la vicenda, Delia Buglisi non ha attaccato la memoria. Ha attaccato l’automatismo sinistro. Ha ricordato che essere partigiani, nel senso più profondo del termine, significa scegliere da che parte stare quando l’umanità viene calpestata.

E lei una scelta l’ha fatta. Non per una sigla. Non per un partito. Non per una tifoseria ideologica. Ma per l’essere umano. Ed è incredibile quanto, nel 2026, questa continui a essere la posizione più scandalosa di tutte, allorquando ci sarebbe ben altro.

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