Perché quando l’ordinario coincide con l’insicurezza, con la ripetizione degli stessi incidenti, anche amministrativi, con una cronaca che non sorprende più nessuno, allora non siamo più nel campo dell’imprevisto. Siamo dentro una normalità costruita negli anni da assenze, rinvii, scelte mai fatte e che non cambia malgrado tutto.
La cronaca cui assistiamo quotidianamente è questa: Un incidente su una strada che tutti sanno essere pericolosa. Violenze domestice consumate. Furti ai commercianti. Uno stadio dove basta poco perché succeda qualcosa di grave. Non è unaa somma dei fatti. È la loro ripetizione identica a raccontare una verità rimasta immutata.
La viabilità come prova politica
Se vuoi capire se una città è governata bene, guarda le strade. Non i comunicati. Non le conferenze stampa. Le strade. A Paternò la viabilità è la fotografia perfetta dell’immobilismo, di ieri e di oggi, criticità note da anni, interventi tampone, nessuna visione strutturale. E allora la domanda non è tecnica. È politica, perché nulla cambia, pur sapendo tutto? Perché ogni problema non produce una svolta, ma solo l’ennesima dichiarazione? La risposta è scomoda, perché si è scelto di gestire le conseguenze invece di risolvere le cause. E questa non è incapacità episodica.
È un metodo che si perpetua.
Commissari straordinari, ordinaria continuità
Qui entra in gioco il nodo vero, quello che raramente si affronta fino in fondo, il ruolo dei commissari straordinari. Dovrebbero rappresentare una discontinuità. Un’interruzione netta rispetto alle logiche che hanno prodotto il problema. E invece? Assistiamo a una gestione che appare prudente fino all’inerzia, attenta a non rompere equilibri, a non disturbare assetti, a non scalfire una macchina amministrativa che continua a funzionare esattamente come prima, con gli stessi di prima. La burocrazia resta al suo posto. Le procedure restano le stesse. I tempi restano lunghi. Le priorità restano indefinite. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, cambia il vertice, ma il sistema resta immobile. Un atteggiamento che ricorda fin troppo bene una logica gattopardesca, cambiare tutto (a parole) per non cambiare nulla.
L’alibi dell’emergenza
Ogni volta che accade qualcosa, si interviene (forse). Sempre dopo. Sempre sull’onda dell’urgenza. Sempre con strumenti straordinari per problemi ordinari. Ma governare non significa inseguire gli eventi. Significa anticiparli. Quando invece si vive costantemente nella gestione dell’emergenza, si sta implicitamente ammettendo una cosa, che non esiste una strategia. E chi amministra l’emergenza, in realtà, non sta amministrando nulla. Sta semplicemente prendendo atto, di volta in volta, di ciò che non ha saputo evitare.
Criminalità. Debolezza politica, non fatalità
Dire poi che Paternò ha un problema di criminalità è riduttivo. Quasi consolatorio. Il problema vero è un altro, la debolezza della funzione amministrativa. Quando manca una visione il territorio si frammenta, la sicurezza diventa episodica, le priorità si confondono, la fiducia dei cittadini si consuma lentamente E la città rimane in una zona grigia, degrado conclamato ma senza sviluppo.Emergenza continua, ma senza normalità sana. Una mediocrità stabile, che è la forma più subdola del declino.
La domanda che resta sospesa
Il punto non è cosa succede oggi. Il punto è perché continua a succedere. E ancora di più, perché, pur sapendolo, non cambia nulla? Finché questa domanda non troverà una risposta vera, concreta, verificabile, Paternò continuerà a vivere così, travolta dagli eventi, e accompagnata lentamente verso una pericolosa abitudine al peggio.
E a quel punto il rischio più grande non sarà l’incidente, o il furto, o l’episodio di cronaca. Sarà l’idea, ormai radicata, che tutto questo sia normale. Doveva essere rivoluzione, invece è conservazione.