
Il direttore “sempiterno” dell’Urbanistica del Comune di Catania, Biagio Bisignani, continua periodicamente a offrirci le sue visioni sul destino della città. Visioni solenni, ambiziose, quasi profetiche. L’ultima riguarda i cavi sottomarini, le reti globali, i data center, la trasformazione di Catania in “città-nodo” del sistema digitale mondiale.
Ma il punto è che Catania conosce già molto bene i risultati concreti della lunga stagione urbanistica di cui Bisignani è stato uno dei principali protagonisti. E quei risultati non rassicurano affatto. Perché mentre oggi si celebra la prospettiva di una città immersa nelle reti planetarie, la Catania reale resta una città segnata da una lunga serie di ferite urbanistiche, da occasioni pubbliche perdute e da una impressionante debolezza del governo cittadino davanti agli interessi privati.
Gli Orti della Susanna, per esempio, potevano diventare uno straordinario grande parco urbano, una scelta di civiltà per una città soffocata dal cemento e poverissima di verde pubblico. Sono stati invece ostacolati, marginalizzati, trattati quasi come un fastidio anziché come una risorsa strategica.
Poi c’è Corso Martiri, il simbolo perfetto della resa della politica urbanistica catanese. Un’enorme porzione di città lasciata per decenni dentro un limbo dove la pressione della rendita privata ha progressivamente prevalso sull’interesse collettivo. Verde pubblico, parcheggi, standard urbanistici, convenzioni, fideiussioni, tutto sembra diventato negoziabile. Tutto trattabile. Tutto ridotto a materia di compensazione.
E ancora San Cristoforo, trasformato nel laboratorio di una rigenerazione urbana che rischia di produrre l’effetto più antico e brutale delle città contemporanee, espellere lentamente i ceti popolari dal centro storico in nome della valorizzazione immobiliare e della città-vetrina.
Nel frattempo il Porto viene spinto verso una cementificazione sempre più aggressiva, mentre un ecosistema delicatissimo e millenario come la Scogliera d’Armisi viene trattato come ostacolo sacrificabile davanti alla logica dello sviluppo ad ogni costo.
E il porticciolo di Ognina, pezzo identitario della memoria collettiva catanese, finisce dentro una privatizzazione che molti cittadini vivono come una vera sottrazione di spazio pubblico.
Questo è il contesto reale dentro cui oggi Bisignani ci parla di “città-nodo”. E non è un dettaglio. Perché le parole non sono mai innocenti. Preparano scenari culturali. Orientano il consenso. Rendono desiderabili alcune trasformazioni e marginalizzano altre. Quando si comincia a raccontare che il destino naturale di Catania sarebbe diventare piattaforma delle nuove economie digitali, conviene chiedersi chi governerà quelle trasformazioni e soprattutto a vantaggio di chi.
Anche perché Catania conosce già molto bene il meccanismo delle deroghe, delle eccezioni, delle “opportunità” urbanistiche. Negli anni abbiamo assistito a fantasiose lievitazioni volumetriche, piccoli immobili trasformati in giganteschi interventi edilizi grazie a interpretazioni elastiche delle norme e dei calcoli urbanistici.
E proprio su una di queste vicende è il caso Eurospin di via Martelli Castaldi, a Cibali. Bisignani è stato rinviato a giudizio con accuse di abuso d’ufficio e falso. Naturalmente vale la presunzione di innocenza, principio fondamentale in uno Stato di diritto. Ma il dato politico resta enorme: il grande sacerdote della “città-nodo” è lo stesso dirigente che si trova al centro di una delle vicende più controverse dell’urbanistica catanese recente.
Ed è inevitabile che questo produca una domanda politica pesantissima, davvero la città dovrebbe affidarsi ancora alla stessa cultura urbanistica che l’ha condotta fino a qui?
Perché il problema non è la modernità. Nessuno mette in discussione il fatto che le città debbano confrontarsi con le trasformazioni tecnologiche, energetiche e digitali. Il problema è l’assenza di un governo pubblico forte, autorevole e trasparente nella gestione del territorio, che non diventi “LE MANI SULLA CITTÀ”.
Bisignani richiama perfino il tema del Digital Twin, il “gemello digitale” delle città. Ma nelle mani sbagliate il rischio è evidente, il doppio tecnologico del disastro analogico.
Prima di un Digital Twin, a Catania servirebbe un Digital Truth. Servirebbe una gigantesca operazione verità sull’urbanistica cittadina, atti accessibili, convenzioni leggibili, volumetrie comprensibili, varianti pubbliche, standard urbanistici verificabili, verde perduto contabilizzato, scuole cancellate, mare sottratto, fideiussioni controllabili dai cittadini.
Altrove il tema dell’innovazione urbana viene affrontato in modo completamente diverso. Bologna, per esempio, ha avviato il proprio Gemello Digitale come infrastruttura civica per migliorare mobilità, energia, qualità della vita e pianificazione urbana. Non per costruire una retorica da città globale o per alimentare mitologie sulla centralità geopolitica “mondiale”. A Catania si rischia continuamente ad usare il linguaggio dell’innovazione come copertura ideologica per una città sempre meno governata. Perché la vera partita non si gioca nei cavi sottomarini. Si gioca nei diritti di cittadinanza.
Asili nido. Tempo pieno. Scuole aperte. Trasporti pubblici. Parcheggi. Servizi sociali. Verde urbano. Casa. Lavoro qualificato. Politiche industriali vere.
Possiamo davvero immaginare che il futuro di Catania sia diventare una gigantesca piattaforma turistica dove i giovani fanno i portieri dei B&B, i camerieri della ristorazione veloce o le comparse folkloristiche della città-vetrina?
Le opportunità reali esistono, transizione energetica, aerospazio, agroalimentare avanzato, farmaceutica, manifattura innovativa, università, ricerca, tecnologia. Ma nessuna di queste produce automaticamente sviluppo collettivo. Senza politica pubblica adeguata diventano soltanto occasioni di accumulazione privata.
E allora il nodo vero non sono i cavi. Il nodo è il governo della città. E soprattutto governarla nell’interesse pubblico, invece che limitarsi a raccontarla come una brochure futuristica, mentre il presente continua lentamente a sgretolarsi.