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I Segreti della Giustizia: Palamara è il grande accusatore del sistema perché è stato il suo interprete più autorevole che oggi ne racconta i retroscena

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L’intervista a Porta a Porta è politicamente dirompente. Palamara si presenta come testimone del sistema che lo ha visto come assoluto protagonista, la magistratura fa politica, questa è la chiave dell’intera confessione.

L’intervista segna un passaggio politico che non può essere minimizzato, Luca Palamara non parla più soltanto di correnti o dinamiche interne, ma mette a nudo un nodo strutturale che da anni aleggia nel dibattito pubblico e che ora emerge con brutalità, una parte della magistratura ha assunto un ruolo politico surrogando, nei fatti, l’opposizione che la sinistra non riesce più a esercitare con determinazione.

Questo è il punto che rende l’intervista dirompente. Non una polemica contingente, ma la denuncia di una torsione sistemica, quando l’azione giudiziaria si carica di una valenza politica permanente, il confine tra controllo di legalità e supplenza politica diventa labile fino a scomparire. Il risultato è un cortocircuito istituzionale in cui l’iniziativa giudiziaria finisce per dettare l’agenda pubblica, orientare il dibattito e condizionare gli equilibri politici, sostituendosi di fatto al fisiologico ruolo della politica e dell’opposizione di sinistra.

Qui sta l’accusa più pesante che emerge, implicitamente, dalle parole di Palamara, non l’esistenza di singole deviazioni, ma l’idea che un pezzo della magistratura abbia progressivamente interiorizzato una funzione di indirizzo politico, trasformando il conflitto giudiziario in conflitto politico permanente. Una dinamica che altera l’equilibrio dei poteri e rischia di spostare il baricentro della democrazia dal Parlamento alle procure.

E tuttavia la forza di questa denuncia deriva proprio perché Palamara è credibile in quanto è stato parte di quel meccanismo, anzi ne è stato attore protagonista. La sua voce pesa perché racconta dall’interno le logiche di potere che oggi critica. Ma questa posizione impedisce ogni autoassoluzione, se il sistema ha funzionato così a lungo, lo ha fatto anche grazie a chi lo ha interpretato e gestito ai massimi livelli.

È per questo che il racconto non può essere liquidato né come vendetta personale ma come verità rivelata in senso assoluto. È lo specchio impietoso di una magistratura che, in alcune sue componenti, ha oltrepassato il confine della giurisdizione per entrare stabilmente nel terreno della competizione politica. Ed è proprio questo slittamento, più ancora delle singole responsabilità, a porre la questione più grave, quando chi deve giudicare finisce per orientare il conflitto politico, il rischio non è solo lo scontro tra poteri, ma la progressiva sostituzione della dialettica democratica con la dialettica giudiziaria. Una invasione di campo.

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