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LA MAGISTRATURA CHE VUOLE FARSI PARTITO

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No al golpe dei magistrati, la politica smetta di fare il maggiordomo giudiziario.

C’è una linea sottile che separa il controllo democratico dall’occupazione del potere. E quella linea, in Italia, una parte della magistratura sembra averla superata da tempo.

Non tutta la magistratura, sia chiaro. Perché esistono magistrati rigorosi, silenziosi, fedeli soltanto alla legge. Ma esiste anche una magistratura militante, ideologica, mediatica, che non si limita più a giudicare: vuole orientare la politica, condizionare governi, costruire carriere pubbliche e perfino consenso.

Quando un magistrato entra stabilmente nel dibattito politico, rilascia interviste quotidiane, scrive libri-manifesto, partecipa a convegni di corrente e si trasforma in protagonista della scena pubblica, smette inevitabilmente di apparire come arbitro imparziale. Diventa giocatore. E quando il giocatore indossa la toga, il rischio per la democrazia è enorme.

Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un fenomeno inquietante: procure trasformate in centri di potere, avvisi di garanzia usati come sentenze anticipate, processi celebrati prima in televisione e poi nelle aule giudiziarie. In Italia spesso non serve una condanna per distruggere una persona: basta un’indagine. Basta un titolo di giornale. Basta il sospetto.

Ma il passaggio decisivo è arrivato quando una parte della magistratura ha iniziato a sentirsi investita di una superiorità politica e morale dopo la vittoria del “No” al referendum costituzionale. In quel momento si è rafforzata l’idea che non bastasse più controllare il potere: bisognasse determinarlo, indirizzarlo, piegarlo.

Da lì è cresciuto un esercizio di onnipotenza sempre più evidente. Non più soltanto l’autonomia della magistratura — principio sacrosanto — ma la convinzione di poter intervenire su ogni equilibrio istituzionale, su ogni scelta politica, su ogni dinamica di governo. Una sorta di supplenza permanente elevata a missione storica.

Eppure la Costituzione non assegna alla magistratura il compito di “salvare il Paese”. Non le assegna una funzione politica superiore. Le assegna un compito preciso: applicare la legge con imparzialità.

Il problema nasce quando una parte della magistratura smette di considerarsi un potere dello Stato e inizia a percepirsi come il potere moralmente superiore agli altri. È lì che nasce la deriva. È lì che prende forma la tentazione politica.

Le correnti interne al CSM, le guerre di nomine, le intercettazioni che hanno mostrato trattative e spartizioni hanno demolito il mito della purezza assoluta. I cittadini hanno scoperto ciò che molti fingevano di non vedere: anche dentro la magistratura esistono ambizioni, strategie, appartenenze, cordate. Esattamente come nella politica.

Ma con una differenza fondamentale: i politici rispondono agli elettori. I magistrati no.

Per questo una magistratura politicizzata diventa ancora più pericolosa di una politica corrotta. Perché esercita potere senza legittimazione popolare e spesso senza conseguenze.

La toga non può diventare uno scudo morale dietro cui nascondere protagonismo, ideologia o ambizioni personali. E chi usa le inchieste come clava politica finisce inevitabilmente per indebolire anche quei magistrati seri che ogni giorno lavorano con equilibrio e dignità.

La giustizia non dovrebbe fare paura agli avversari politici di qualcuno. Quando la magistratura sogna di diventare partito, la democrazia entra in zona pericolo. Perché in uno Stato sano chi governa deve essere controllato, certo. Ma chi controlla non può governare.